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"Una mano amica", nelle scuole dopo il Covid un supporto alle relazioni interpersonali

L'istituto Savi
di Diego Galli
3 Minuti di Lettura
Domenica 3 Aprile 2022, 06:40 - Ultimo aggiornamento: 12:00

Prosegue l’impegno nelle scuole del progetto “Una mano amica”, ideato dal Ceis di Viterbo per fornire supporto psicologico ai giovani studenti delle scuole superiori. “Tutto è cominciato circa tre anni fa – spiega Francesco Melozzi, pedagogista e referente del progetto – avevamo già effettuato degli incontri nelle scuole, ma la pandemia ci aveva fermato. Ora siamo finalmente tornati in presenza e al Paolo Savi continuiamo i nostri incontri con l’obiettivo di promuovere il benessere nelle relazioni”.

Ad aiutare la buona riuscita del progetto, anche i docenti di religione delle scuole coinvolte e dei relativi dirigenti scolastici, come la dirigente Paola Bugiotti, in questo caso. “In questi primi due mesi di lavoro – prosegue – i ragazzi sono riusciti a realizzare già molti progetti. In una classe, in particolare, gli studenti hanno sviluppato delle slide di accoglienza per un giovane ucraino, profugo della guerra in corso e inserito da appena un mese nella sua classe”. Gli incontri, al momento tre per ognuna delle classi coinvolte, hanno contribuito alla “rinascita” delle relazioni dopo ben due anni di didattica a distanza.

“Insieme ai ragazzi abbiamo potuto riflettere su questo particolare periodo che abbiamo vissuto e stiamo ancora vivendo, in parte – continua Melozzi – Abbiamo parlato di come siano cambiate le relazioni ed è stato interessante scoprire quanto i giovani abbiano sviluppato una visione molto disincantata dell’attuale situazione. Molti hanno totalmente bocciato le relazioni online, la cosiddetta Dad, dimostrando una grandissima voglia di tornare alla presenza in aula e al contatto fisico in generale, per poter rivedere e riabbracciare con mano i loro conoscenti”.

Ad appena 16 anni, spiega successivamente il pedagogista, gli studenti hanno compreso meglio di tutti come la crisi pandemica sia riuscita a generare un disagio enorme dal punto di vista relazionale, azzerando i contatti per un periodo prolungato e, immancabilmente, causando danni emotivi alle persone di ogni fascia d’età.  Ascoltando le loro voci e raccogliendo le loro emozioni, come rabbia, collera e frustrazione, l’obiettivo è stato quello di spronare un cambiamento, spingendo i giovani soggetti coinvolti a reagire. Ora, il progetto promette di non arrestarsi. “Abbiamo da pochissimo terminato gli incontri al Paolo Savi – conclude – ma è nostro interesse proseguire. Dovremmo farlo partendo dal Liceo Santa Rosa, restando comunque nella fascia di età delle scuole superiori, in particolare le classi seconde, terze e quarte. Dal prossimo anno, magari, potremmo invece lavorare anche a partire dalle terze medie, dove i ragazzi sono abbastanza grandi”.

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