Mafia viterbese, la vittima degli attentati: «Tante intimidazioni, volevano il controllo della città»

Domenica 12 Luglio 2020
L'attentato incendiario al Poggino
«Rebeshi è uno spaccasassi, uno di quelli che non guarda in faccia nessuno». Rinaldo Della Rocca, imprenditore viterbese vittima di uno dei più estesi attentati incendiari dell'associazione mafiosa di Giuseppe Trovato e Ismail Rebeshi, racconta in aula la sua esperienza. Ieri mattina il collegio del Tribunale di Viterbo, presieduto dal giudice Gaetano Mautone, ha ripreso il processo per estorsione aggravata dal metodo mafioso agli imprenditori Emanuele Erasmi difeso dall'avvocato Giuliano Migliorati e Manuel Pecci assistito da Carlo Taormina e Fausto Barili e al romeno tuttofare di Rebeshi Pavel Ionel, avvocato Michele Ranucci. Loro per l'accusa non erano parte della banda (già giudicata con rito abbreviato), avrebbero solo usufruito dei servigi messi a disposizione dal sodalizio.

Della Rocca fu una delle poche vittime che ricondusse subito l'attentato al sodalizio criminoso. La notte tra il 4 e 5 gennaio 2018, i carabinieri intervennero per un incendio al Poggino. Andò a fuoco l'autosalone gestito da Della Rocca. «Complessivamente - ha spiegato la vittima - sono andate distrutte 12 auto. Il mio autosalone è stato chiuso per tre mesi e anche quando ho riaperto avevo paura e la sera non chiudevo mai da solo». Secondo Della Rocca il movente dell'incendio non era nella sua attività ma nelle attività del Silb (Sindacato locali da ballo), di cui ai tempi era membro. «Era stata negata l'autorizzazione ad aprire il locale Range di via della Palazzina di Ismail Rebeshi. Durante un sopralluogo ci fu un'accesa discussione con il presidente del Silb, Luca Talucci. Per me questo era l'unico motivo. Poi ho saputo che il Theatrò era stato dato in affitto per alcune serate a ragazzi stranieri, ma avevano smesso dopo solo due serate perché trovarono all'ingresso teste di agnello e maiale impiccate. Questi fatti, e gli incendi a imprenditori amici, mi hanno fatto pensare che ci fosse la mano di un'organizzazione. Erano intimidazioni palesi, fatto nuovo per Viterbo, riconducibile alla criminalità organizzata che tenta di conquistare il controllo della città». A spiegare i motivi del diverbio lo stesso Talucci. «Era convinto che fossi stato io a non fargli dare la licenza per il Range, e abbiamo discusso molto animatamente. Della Rocca mi portò via. Dopo qualche giorno trovai la mia macchina fracassata con un piccone».

L'incendio all'autosalone al Poggino è stato ricostruito anche dagli investigatori tramite videocamere di sorveglianza e intercettazioni. «Si vedono uomini con la tanica di benzina, e poi abbiamo sequestrato uno scarpone con incastrato una foglia di lauro ceraso compatibile con la siepe del piazzale». Il collegio ha anche tagliato di netto buona parte dei testimoni presentati da accusa e difesa, lasciando solo quelli relativi ai capi d'accusa dei tre imputati. Fuori tutto il contesto dell'associazione mafiosa. «Insistiamo - ha detto l'avvocato Taormina - per la testimonianza dell'avvocato Floro Sinatra che potrebbe riferire sulle circostanze che hanno portato Pecci alla sbarra».
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