Estorsione mafiosa, le donne dei Rebeshi: «Al lavoro quando erano in carcere»

Un attentato di quelli organizzati dalla mafia viterbese
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Sabato 6 Novembre 2021, 07:30

«Sì, sono la fidanzata di Ismail Rebeshi». E’ fiera e sicura mentre davanti al collegio e al Tribunale declina le sue generalità. La donna, una romena di 34 anni, ieri è stata chiamata a testimoniare nel processo che vede alla sbarra Ismail e David Rebeshi per estorsione aggravata dal metodo mafioso. Vittime due imprenditori della Tuscia, presunti creditori del boss di mafia viterbese.

L’inchiesta prende le mosse quando Rebeshi è già dietro le sbarre con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti avrebbe continuato a impartire ordine ai suoi familiari per rientrare di alcuni debiti. In particolare avrebbe manifestato a suo fratello David Rebeshi, in quel breve frangente ancora libero, la necessità di andare a recuperare crediti presso due piccoli imprenditori, con diversi precedenti penali.

I due, un ristoratore e tuttofare nel campo della compravendita di automobili, nel processo si sono costituiti parte civile. Rebeshi junior, con l’aiuto di 3 ventenni albanesi - condannati in appello a quasi 9 anni di carcere - avrebbe minacciato e inseguito i due presunti creditori del fratello. A chiarire i rapporti di lavoro tra le due vittime e i due fratelli imputati ieri mattina sono state chiamate la storica compagna di Ismail e la moglie di David Rebeshi. Coloro che nei momenti difficili avrebbero preso in mano le redini degli affari.

«Sono stata anche io amministratrice dell’Autoriga di Ismail Rebeshi e nel momento in cui eravamo in difficoltà perché lui era in carcere ho chiesto all’imprenditore di Tuscania di portare via le auto per liberare il piazzale. Ho dato io l’ordine e io ho fotografato tutte le auto che sono andata dalla Cassia a Tuscania».

La cognata, moglie di David, ieri ha confermato la stessa versione. «Ismail quando era in carcere parlava con David tramite mail per lavoro».

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