Suicidio in carcere, rinvio di 3 anni dell'udienza: i legali chiedono l’intervento della Procura generale

Carcere
di Maria Letizia Riganelli
3 Minuti di Lettura
Martedì 26 Ottobre 2021, 06:15 - Ultimo aggiornamento: 14:28

Caso Hassan, legali pronti a chiedere l’intervento della Procura generale. Dopo lo slittamento di 3 anni per l’udienza di opposizione all’archiviazione, fissata al 2024, la difesa dei familiari e dell’Ambasciata egiziana sarebbe intenzionata a chiedere alla procura generale di avocare il caso.

Suicidio in carcere, il caso di Hassan Sharaf si perde nell'oblio

Avocare, letteralmente, significa assumere su di sé quanto sarebbe di competenza di altri. Una richiesta forte e di totale rottura che indica chiaramente quanto gli avvocati del giovane egiziano, morto suicida nel carcere di Viterbo, siano stanchi della “melina”. Perché, purtroppo, di questo si tratta.

Hassan Sharaf è morto a luglio del 2018 nell’ospedale di Belcolle, dopo essersi impiccato con le lenzuola nel carcere di Viterbo. Un gesto estremo arrivato dopo settimane di totale disperazione. Di pestaggi e isolamento. Tutti certificati da immagini della sorveglianza della casa circondariale   da documenti medici firmati da dottori che davanti all’autorità negano di aver apposto il loro nome in calce. Fatti che fin dal primo momento hanno fatto pensare che il suicidio di Hassan fosse stato indotto. Forse dalla disperazione. A pensarla così non solo gli avvocati che assistono la famiglia del giovane egiziano ma anche quelli dell’ambasciatore egiziano, da poco cambiato. 

Le denunce presentate, per la Procura di Viterbo, però sarebbero da archiviare. Tutte tranne quella per le percosse terminata con un rinvio a giudizio per due agenti della penitenziaria per abuso dei mezzi di correzione. Quella portante, istigazione al suicidio, per i magistrati di via Falcone e Borsellino, non sarebbe provata. All’archiviazione la difesa dei familiari di Hassan ha presentato opposizione. Ma per il Tribunale di Viterbo non c’è fretta. La discussione, proprio nei giorni scorsi, è stata rinviata al 2024.

«C’è solo una motivazione pronunciabile al decreto del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Viterbo che il 30 luglio del 2020 ha fissato al 7 marzo del 2024: la bancarotta, se non dell’intero sistema della giustizia, quanto meno del Tribunale di Viterbo»: così il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà nella Regione Lazio, Stefano Anastasìa. Che aggiunge: «Spero che il giudice competente abbia segnalato il caso al Presidente del Tribunale, se non al ministro e al Consiglio superiore della magistratura. Non è ammissibile che un procedimento penale su un caso di morte in carcere sia sospeso per quattro anni in attesa della decisione sulla richiesta di archiviazione della Procura».

Lo slittamento dell’udienza ha fatto saltare dalla sedia anche Alessandro Capriccioli, capogruppo di +Europa Radicali al consiglio regionale del Lazio. «Chi viene ospitato nelle nostre carceri - afferma - si trova nelle mani dello Stato, e per questo è ancora più importante che su vicende come questa venga fatta luce il più rapidamente possibile, senza rinvii che possano ulteriormente differire nel tempo ogni chiarimento necessario».

© RIPRODUZIONE RISERVATA