Caporalato ai distributori di benzina, gli arresti convalidati dal gip

Uno dei distributori Ewa
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Sabato 26 Giugno 2021, 06:30 - Ultimo aggiornamento: 16:13

Caporalato ai distributori di benzina, arresti già convalidati dal gip. Vincenzo Salzillo e suo figlio sono già comparsi davanti al magistrato viterbese per l’interrogatorio di garanzia, ma nessuna risposta esauriente sarebbe stata data per chiarire le accuse. Accuse pesanti che avrebbero costretto la Procura a chiedere una misura ristrettiva.

Immigrati reclutati davanti ai supermercati e sfruttati nei distributori Ewa: arrestati i Sanzillo

I due indagati, in particolare il padre Vincenzo Salzillo, erano infatti già stati “avvertiti” dagli inquirenti sul modo di condurre la gestione delle stazioni di rifornimento Ewa. In particolare, alcuni mesi fa a Salzillo era stato notificato un provvedimento che di fatto lo esonerava dalla gestione. Il provvedimento, secondo i riscontri della Squadra Mobile coordinata dal sostituto procuratore Massimiliano Siddi, non avrebbe impedito all’indagato di continuare nella sua politica di sfruttamento del lavoro. Portando avanti ripetute violazioni.

I Salzillo, che nella Tuscia gestiscono 8 pompe di benzina legate al marchio Ewa, avrebbero reclutato 13 immigrati regolari per mandarli a lavorare. Sette giorni su sette, per 12 ore. Con page miserabili, di circa tre euro all’ora. I contratti che venivano fatti alla forza lavoro però erano solo di 25 ore settimanali. «Alcune volte - ha spiegato il dirigente della Mobile, Alessandro Tundo durante la conferenza stampa - i lavoratori si vedevano decurtati dal misero stipendio anche 2 o trecento euro. I gestori dicevano che era dovuto ad ammanchi nell’introito giornaliero, anche senza un vero riscontro».

I 13 lavoratori, che veniva accampati in alloggi di fortuna ricavati dietro le stazioni di servizio, erano costretti a subire e non avevano la forza di ribellarsi al sistema dei Salzillo. I due indagati, infatti, avrebbero sfruttato le condizioni di bisogno delle vittime per profitto personale. A far emergere la situazione di degrado e sfruttamento è stato un banale e iniziale controllo del territorio. Gli investigatori avrebbero intuito che qualcosa non quadrava e avrebbe iniziato a indagare più a fondo. Appostamenti, osservazioni, riscontri fotografici e infine le parole dei dipendenti hanno svelato il sistema.

«Quello che emerge da questa inchiesta - ha affermato il sostituto procuratore Massimiliano Siddi - è che il caporalato non riguarda strettamente il settore dell’agricoltura ma può inserirsi in qualunque contesto lavorativo. Il positivo è che ogni volta che si scalfisce la superficie per cercare riposte, arriva la collaborazione dei cittadini. Il viterbese non un tessuto omertoso».

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