Caporalato ai distributori di benzina, i lavoratori si costituiscono parte civile

Polizia
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Venerdì 5 Novembre 2021, 06:55 - Ultimo aggiornamento: 21:36

Caporalato ai distributori di benzina, i lavoratori si costituiscono parte civile. E’ iniziato ieri mattina, davanti al giudice del Tribunale di Viterbo, il processo a Vincenzo Salzillo e a suo figlio Charles Salvatore Maria. Entrambi rispondo di sfruttamento del lavoro.

I Salzillo, che nella Tuscia gestivano 8 pompe di benzina legate al marchio Ewa, avrebbero reclutato immigrati regolari per mandarli a lavorare. Sette giorni su sette, per 12 ore. Con page miserabili, di circa tre euro all’ora. I contratti che venivano fatti alla forza lavoro però erano solo di 25 ore settimanali. Dei 18 lavoratori sfruttati identificati dalla Procura solo 9 hanno deciso di costituirsi parte civile. Ad assisterli gli avvocati Carlo Mezzetti, Francesca Bufali, Barbara Marzoli e Silvia Brugiotti. Otto di loro sono stranieri e saranno affiancati, probabilmente da un interprete, mentre l’ultima parte civile è italiana.

L’indagine sui gestori delle pompe di benzina nella Tuscia sono scattate a novembre 2019 dopo un semplice controllo degli agenti della Squadra mobile. Secondo quanto ricostruito dalla Mobile, coordinata dalla Procura Vincenzo Salzillo in qualità di presidente e legale rappresentante di una società a responsabilità limitata, ha coordinato e sovrinteso a tutte le attività della società, impartendo direttive ai collaboratori per quanto concerne la gestione dei dipendenti degli 8 distributori di carburante “Ewa”, dislocati in diversi comuni della provincia.

Il figlio Charles, invece, avrebbe coadiuvato attivamente il padre nella sua attività imprenditoriale , con specifico riferimento alla gestione del personale impiegato nei distributori di carburante. Nel corso delle indagini gli inquirenti hanno accertato che i due avrebbero sfruttato almeno 13 dipendenti, tutti ragazzi africani, regolari sul territorio. La forza lavoro veniva rintracciata davanti ai supermercati della Tuscia. I due imputati infatti per risparmiare sugli stipendi facevano lavorare i ragazzi africani che chiedevano monetine davanti ai supermercati. Gli fornivano alloggi di fortuna, poco distanti dalle pompe facendoli vivere in precarie condizioni.

I lavoratori accettavano quel trattamento per tentare di ottenere un minimo di stipendio da inviare alle famiglie di origine. Due le misure cautelari applicate ai Salzillo. La prima riguardava il divieto temporaneo di esercitare determinate attività professionali o imprenditoriali. La seconda, ben più afflittiva, gli arresti domiciliari. Quest’ultima è arrivata perché la prima non fu sufficiente a fermare lo sfruttamento messo in atto. L’avvocato della difesa, Federica Porroni, ieri ha presentato richiesta di revoca della misura cautelare dei domiciliari. Ma il giudice si è riservato.

Si torna in aula il 16 dicembre prossimo.

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