"Un Volo d'angeli infinito", la storia della Macchina nel libro di Zucchi. Il ruolo de Il Messaggero

"Un Volo d'angeli infinito", la storia della Macchina nel libro di Zucchi. Il ruolo de Il Messaggero
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Giovedì 29 Settembre 2022, 05:05 - Ultimo aggiornamento: 15:38

Si chiama “Un Volo d’angeli infinito” perché nel libro di Luigi Zucchi - a cura del figlio Augusto, edito da Davide Ghaleb - non c’è solo la storia della Macchina più amata dai viterbesi, che ha sfilato dal 1967 al 1978. Per dirla come l’assessore Stefano Floris, ieri alla presentazione nella sala Regia, c’è «lo spaccato di una parte della storia di Viterbo»

Una storia della quale Il Messaggero non solo ha narrato le cronache, ma di cui è stato parte importante.
A coordinare gli interventi a palazzo dei Priori, la giornalista Cristina Pallotta. Tanti i racconti di un’epoca irripetibile. «Non c’è solo il Volo d’angeli - ha detto Luigi Zucchi - ma la storia della volontà di fare bene le cose nella nostra famiglia». Sullo storico fermo del ’67 «sono stati consumati fiumi di inchiostro», ma non c’è spoiler: quelle pagine vanno lette, perché «lì spiego il motivo per cui si è fermato».

Il libro fa più volte riferimento al quotidiano, come per la costruzione dell’opera. «Quei volti degli angeli così ben levigati e quelle ali gigantesche sembravano pronte a spiccare il volo. Queste opere mai viste prima - scrive Zucchi - erano costituite di cartapesta, ricavata dai fogli di giornali forniteci da Il Messaggero». O per reclutare i Facchini l’anno dopo il fermo: «Ci aiutò la redazione del quotidiano di Viterbo, che pubblicò la nostra richiesta di reclutamento. Arrivarono nuovi giovani sinceri e con la volontà di portare la Macchina seriamente».

In sala Regia è stato un susseguirsi di ricordi. «Dopo 50 anni - ha spiegato Luigi Zucchi - era arrivato il momento di tirare fuori le verità su certi aspetti». «Ho iniziato nel 79 - ha commentato il presidente del Sodalizio, Massimo Mecarini - con rammarico non sono riuscito a entrare nei Facchini per stare almeno intorno a quella Macchina. La vedemmo a piazza del Teatro nel ’68. Era maestosa, ebbi i brividi: fu in quel momento che decisi di diventare Facchino». Infine Lorenzo Celestini: fu proprio Giuseppe Zucchi a fargli fare la prova e a volerlo per la prima volta nella squadra del 3 settembre».

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