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"Seconda chance" per i detenuti di Mammagialla: realizzano vele e borse per un'azienda di Prato

Le borse realizzate dai detenuti di Mammagialla
di Renato Vigna
3 Minuti di Lettura
Sabato 18 Giugno 2022, 04:30 - Ultimo aggiornamento: 21 Giugno, 19:00

“Seconda chance” per sei detenuti del carcere di Viterbo. È il nome del progetto ma anche una reale occasione di riscatto. L’idea viene da Flavia Filippi, giornalista de La7, da anni in prima linea nel seguire la cronaca giudiziaria. “Ho sempre avuto questo interesse, insieme al sociale”, racconta. E ora il tutto ha preso forma con iniziative che si stanno replicando a macchia d’olio in diversi istituti sparsi per tutta Italia. Compreso, appunto, Mammagialla.
Di cosa si tratta? Di imprenditori che scommettono sui detenuti, facendoli lavorare e corrispondendo loro il relativo compenso, grazie al supporto dell’amministrazione penitenziaria che ha scommesso su “Seconda chance”. Le figure più ricercate sono camerieri, muratori, aiuto cuoco, braccianti, artigiani. A Viterbo sono sei i detenuti coinvolti nella sartoria interna. Stanno realizzando sacchi per vele e borse, commissionati dalla Milleniumtech di Prato, veleria nata nel 1981.

“Li hanno scelti non solo perché detenuti ma in quanto sono bravi. L’azienda ha visitato il carcere, valutato le competenze e deciso quali erano le figure più adatte a svolgere il lavoro”, spiega Annamaria Dello Preite, direttrice del Mammagialla. “Il progetto – aggiunge – ci è stato presentato dal provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria che, conoscendo le risorse della struttura, ha accolto la proposta della Millennium”. Diverse sono le attività che si svolgono all’interno della casa circondariale. “Ogni giorno – continua Dello Preite – sono 150 i detenuti impegnati nei cosiddetti servizi domestici, come la pulizia dei locali comuni o la preparazione dei pasti. Poi, abbiamo le lavorazioni penitenziarie nelle officine interne come la falegnameria o la sartoria. I prodotti sono destinati a un uso interno: realizzazione di tavoli, mobilio o tute”. 

Ma “Seconda chance” ha aperto una breccia che porta il lavoro dei detenuti a oltrepassare le mura carcerarie. “Per la prima volta – sottolinea la direttrice – c’è una commissione esterna, ovvero un soggetto terzo che richiede un prodotto. Questo per i detenuti diventa più motivante in una prospettiva futura e fa la differenza”. Dei sei impegnati nella sartoria, tre appartengono al circuiti della media sicurezza, i cosiddetti detenuti comuni, altrettanti vengono dall’alta sicurezza, autorizzati a lavorare dal dipartimento. “Si è instaurato un bel meccanismo per cui i comuni che già lavoravano nella sartoria stanno trasferendo le loro competenze professioni ai compagni dell’alta sicurezza. Un bel segnale di speranza – conclude Dello Preite – che speriamo non sia un caso isolate: ben vengano iniziative come questa”.

E l’ideatrice di “Seconda chance” approfitta per lanciare un appello: “Agli imprenditori dico di darci fiducia e metterci alla prova: ne vale davvero la pena. Il progetto – sottolinea Filippi – si sta facendo strada, garantendo occupazione e, soprattutto, speranza per il futuro di questo persone”. Gli imprenditori che assumono i detenuti facendoli lavorare fuori, dopo averli scelti durante appositi colloqui in carcere, hanno gli sgravi fiscali e contributivi della legge Smuraglia quindi abbattono moltissimo il costo del lavoro.

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