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Omicidio di Matias, il papà assassino confessa: «Ero ubriaco»

Il processo in Corte d'Assise
3 Minuti di Lettura
Martedì 28 Giugno 2022, 06:00 - Ultimo aggiornamento: 21:31

«E’ stato lei a uccidere suo figlio?». «Ero ubriaco, forse sì». Incalzato dalle domande del pubblico ministero Mirko Tomkow confessa e racconta i dettagli dell’omicidio del piccolo Matias. Il bimbo di appena 10 anni ammazzato dal padre il 16 novembre scorso. Dettagli agghiaccianti raccontati con un filo di voce e la testa china. Non una giustificazione, non una scusa però è giunta dall’imputato, difeso dagli avvocati Paolo Grazini e Sabina Fiorentini. Ieri mattina davanti alla Corte d’Assise il 45enne polacco ha ripercorso tutto, dall’uscita dall’Hotel Covid di Roma all’arrivo nella casa di stradone Luzi a Cura di Vetralla.

«Sono entrato in casa e non c’era nessuno. Sono entrato con le chiavi nascoste fuori in una ciabatta. Con un coltello della cucina ho aperto la porta della soffitta. Ho fumato, bevuto e aspettato. Mentre ero lì ho sentito le ruote dello zaino di mio figlio che sbattevano sui gradini e sono sceso. Appena mi ha visto ha urlato: “Vai via, non puoi stare qui“. Il suo telefono continuava a suonare e io ero nervoso, l’ho rotto e lui gridava ancora. Per farlo smettere ho preso lo scotch e glielo ho avvolto su tutta la faccia. Non parlava più». Quel 16 novembre Tomkow esce dalla struttura romana dove aveva trascorso la quarantena per il Covid e arriva alla stazione. Prende un treno prima per Bracciano e poi la coincidenza per Vetralla.

«Ho iniziato a bere alle stazioni - ha detto - poi arrivato a Cura ho preso la macchina dove mia moglie qualche giorno prima aveva lasciato soldi e vestiti per me e sono andato al supermercato a comprare la vodka. Ho preso tre bottiglie. Poi ho lasciato l’auto in un parcheggio e ho raggiunto la casa a piedi. Sapevo che non potevo avvicinarmi, ma avevo bevuto tanto ed ero nervoso». In casa Tomkow entrerà con le tre bottiglie di vodka e una tanica di benzina da 5 litri. «Matias gridava perché io glia avevo rotto il telefono. Ero ubriaco e quelle urla mi davano fastidio. Prima gli ho messo una mano su naso e bocca per non farlo strillare, poi ho preso lo scotch sopra la caldaia. Quando era fermo sono andato ad aprire il cassettone e l’ho messo dentro. Non si muoveva più. A quel punto sono tornato in soffitta a fumare. Poi ho preso la benzina e l’ho sparsa per tutta la casa. Il coltello l’ho preso alla fine, ma non mi ricordo».

Tomkow non ricorda di aver colpito tre volte Matias con un coltello della cucina. Non ricorda di averlo ferito al mento, al collo e al cuore. Ricorda la benzina sparsa per tutta la casa, ma non il motivo del gesto. «Non lo so se volevo bruciare tutto - ha detto ancora - ero solo molto ubriaco. Sono stato molto arrabbiato quando il giudice mi ha allontanato dalla casa. Io non avevo mai fatto del male a mia moglie e al bambino. Non l’ho mai minacciata di darle fuoco o di ucciderla». Ieri avrebbe dovuto testimoniare anche la mamma di Matias, parte civile assistita dall'avvocato Michele Ranucci, ma per evitarle ulteriori traumi la sua deposizione non ci sarà. L’ultima udienza, per la discussione e la sentenza, è prevista per il prossimo 8 luglio.

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