Occupazione, la Tuscia fatica a ripartire. Cisl: «La pandemia non ha finito il lavoro»

Occupazione, la Tuscia fatica a ripartire. Cisl: «La pandemia non ha finito il lavoro»
di Luca Telli
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Venerdì 18 Giugno 2021, 07:05 - Ultimo aggiornamento: 16:06

«La pandemia non ha ancora finito il suo lavoro. O si pensa sul serio a un piano per il rilancio dell’occupazione o si affonda». Il rischio, per il segretario della CISL Fortunato Mannino è quello di vedersi scoppiare tra le mani una bomba subito dopo l’estate. «Il ruolo di Cassandra non mi piace – continua-, ma in questo caso c’è poco da tirare a indovinare, parlano i dati. Le differenze sociali sono aumentate, le categorie più deboli: donne, giovani e precari stanno pagando il conto più salato».

Per dare un’idea di cosa stia succedendo il segretario CISL presenta un rapporto statistico, elaborato dalla Regione Lazio, sull’occupazione part time nel triennio 2018 – 2020. «I numeri sono crollati. Tre anni fa i lavoratori con questa tipologia contrattuale erano 15.920 – spiega -. Nel 2019 il numero era salito a 16.043, lo scorso anno è precipitato sotto quota 13mila, 13.863 per la precisione». Una battuta d’arresto, non imputabile esclusivamente alla diminuzione degli stagionali del turismo e dall’agricoltura, in cui giocano un ruolo attivo tutte quelle imprese che hanno visto calare il numero di ordinativi e committenze.  «In poche parole, la crisi ha spinto a un ridimensionamento dell’organico che ha penalizzato i lavoratori con un potere contrattuale più debole».

Una crisi profonda non localizzata nel viterbese ma che si abbatte, in misura simile, su tutto il Lazio.  Nella capitale e nella sua provincia si è passati da 345.166 part time nel 2019 a 264.475 nel 2020. A Latina da 40.683 a 36.025, Rieti da 6.388 – 6.036, Frosinone da 23.103 a 19.934. Dalla Regione Lazio, lo scorso marzo, era arrivato un primo piano di sostegno: un fondo da 200 milioni per contrastare la crisi innescata dalla pandemia con misure di formazione, accompagnamento e reinserimento al lavoro destinate in particolare alle categorie più fragili, coinvolgendo direttamente le organizzazioni sindacali e datoriali nella definizione delle strategie.

«Passo importante ma che deve essere il primo – conclude Mannino -. Se non interveniamo a più livelli la crisi potrebbe durare anni», ed estendersi a tutto il mondo del lavoro.

Una percezione, su base nazionale, la rimanda l’ISTAT nel suo rapporto sull’occupazione del primo trimestre 2021.  Nel confronto tendenziale con lo stesso periodo del 2020, si registra una diminuzione dell’occupazione (-889 mila unità, -3,9% rispetto 2020) che coinvolge i dipendenti (-576 mila, -3,2%), soprattutto a termine e gli indipendenti (-313 mila, -6,0). Il calo interessa sia gli occupati a tempo pieno sia quelli a tempo parziale (-3,8% e -4,2%, rispettivamente). Mentre il numero di disoccupati torna ad aumentare (+240 mila, 10,0% rispetto al primo trimestre 2020) e cresce, seppur a ritmi meno intensi rispetto ai tre trimestri precedenti, il numero degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+501 mila, +3,7% in un anno).

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