Ragazza morta dopo essere stata dimessa dal Pronto soccorso di Viterbo, l'autopsia non fa luce

Martedì 7 Luglio 2020 di Maria Letizia Riganelli
Impossibile stabilire se Aurora Grazini con un'altra diagnosi e altre cure si sarebbe salvata. I medici a cui era stata affidata l'autopsia della giovane di Montefiascone, morta lo scorso 15 febbraio, in 109 pagine descrivono lo stato di salute della 16enne e l'operato di Daniele Angelini, primario dell'ospedale di Belcolle che la prese in carico al pronto soccorso. Medico iscritto nel registro degli indagati dalla Procura di Viterbo che dopo il decesso ha aperto un fascicolo per omicidio colposo.
Venerdì 14 febbraio Aurora arriva al pronto soccorso di Belcolle col 118. E' la madre a chiamare l'ambulanza perché la figlia respira male e ha dolore al petto. La sedicenne entra al pronto soccorso alle 15. E' un codice non urgente ma viene visitata subito. Il primario Angelini la trova in lacrime e non riesce a farla smettere di piangere. Parla con lei, con la mamma. Per due volte le misura la saturazione dell'ossigeno nel sangue poi le prescrive un ansiolitico e le prende appuntamento con lo psichiatra infantile. Per il medico è uno stato d'ansia. Ma Aurora nella notte peggiora e alle 8,15 del mattino successivo la mamma la trova morta nel letto. L'autopsia non ha solo chiarito la causa del decesso «insufficienza cardio respiratoria acuta», ma ha indagato anche sulla condotta del medico indagato per omicidio colposo rilevando diverse criticità. Dalla poco approfondita anamnesi, alla mancata indagine sulla sintomatologia respiratoria. «Risulta che il sanitario - scrivono i medici - abbia formulato una diagnosi di stato d'ansia reattivo in assenza di una più ampia e approfondita valutazione». Il primario di Belcolle, da alcuni mesi trasferito a Tarquinia, non avrebbe fatto l'elettrocardiogramma e non avrebbe indagato sull'eccessiva magrezza della ragazza. Ma, nonostante le criticità espresse, l'autopsia non fornisce elementi certi sulle responsabilità di Angelini. «Pur ravvisando elementi di condotta non conformi alla buona prassi clinico-assistenziale e non volti alla comune diligenza medica, e come tali censurati in quanto integranti profili di colpa, riteniamo che non sia possibile rigorosamente stabilire che anche una diversa e più approfondita e accurata gestione medica avrebbe concretamente potuto far giungere i sanitari a una diagnosi foriera di reale abbattimento o annullamento del rischio mortale». I passi successivi sono tutti della Procura che dovrà decidere se archiviare il caso o continuare l'inchiesta e chiedere il rinvio a giudizio per il medico.
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