Medici di famiglia, un terzo in pensione entro il 2023: "Interi comuni rischiano di restare senza assistenza"

Fiore (a sinistra)
di Federica Lupino
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Domenica 17 Ottobre 2021, 06:20 - Ultimo aggiornamento: 13:59

Una vera emergenza sociale quella che sta per abbattersi su diversi comuni del Viterbese. Da qui alla fine dell’anno, per raggiunti limiti di età (ovvero 70 anni) se ne andranno in pensione 20 medici di medicina generale. Nel corso del 2022 la stessa sorte toccherà ad altri 24 colleghi, mentre nel 2023 identico destino per ulteriori 28. Significa che da qui a poco più di due anni 72 medici su 233, quindi quasi un terzo, lasceranno vuoto il proprio ambulatorio.

Chi li sostituirà? “A conti fatti, le nuove leve saranno al massimo 20-25. Quindi due terzi dei posti rischiano di rimanere scoperti, a meno che la burocrazia non venga snellita”, denuncia Michele Fiore, segretario provinciale del sindacato di categoria (Fimmg).

L’argomento è stato al centro dell'ultimo comitato aziendale in seno alla Asl. “Da anni – dichiara il rappresentante dei camici bianchi – andiamo ripetendo che la situazione va affrontata. Ora che siamo nel pieno del problema, le ripercussioni iniziano a farsi sentire già sui pazienti. Come a Blera, dove alcuni colleghi si sono divisi gli assistiti del medico andato in pensione. Succederà a breve a Vetralla, a Villa San Giovanni in Tuscia, a Civita Castellana e a Vignanello: qui tre colleghi tra gennaio, febbraio e marzo, smetteranno di lavorare”.

Sinora, complice l’emergenza sanitaria, è stata usata la soluzione delle proroghe di sei mesi per quei medici disponibili a rimanere ancora in servizio. In alternativa, se nello stesso distretto esistevano colleghi con meno di 1.500 pazienti (tetto massimo previsto per ciascuno), allora quelli rimasti scoperti sono stati “spacchettati” in altri ambulatori limitrofi. “Le nostre convenzioni – spiega Fiore – prevedono infatti che si possa scegliere un medico all’interno dello stesso distretto di residenza. Ma questo può voler dire per un assistito doversi sposare per decine di chilometri”.

Se l’emergenza sanitaria sarà prorogata oltre la fine dell’anno, sarà più semplice concedere altre deroghe di sei mesi. “Valuteremo situazione per situazione. In alcuni casi – conclude Fiore – potremmo essere noi a dover chiedere al collega di fermarsi ancora. In altri, se ci sarà la possibilità di spalmare gli assistiti su ambulatori limitrofi, seguiremo quella strada. Per ora, abbiamo chiesto alla Regione Lazio come dobbiamo comportarci. Sicuramente la soluzione non possono essere le case di comunità”.

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