Sfruttamento del lavoro ed evasione Iva, imprenditore a processo. I testi: «Un’esperienza disumana»

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Giovedì 31 Marzo 2022, 06:50 - Ultimo aggiornamento: 20:12

«E’ stata un’esperienza disumana, ci caricavano di lavoro e ci costringevano a dormire nei capannoni». Riparte con la testimonianza di una delle vittime il processo, davanti al collegio del Tribunale di Viterbo, all’imprenditore Giuseppe Boni e ad atri tre imputati a lui collegati.

I quattro, tra prestanome e amministratori di fatto, sono accusati di emissione e utilizzo di fatture per operazioni inesistenti finalizzate all’evasione dell’Iva, distruzione e occultamento delle scritture contabili e sfruttamento dei lavoratori. Boni anche del reato di falso in bilancio. Quello scoperto dalla finanza e dai carabinieri dell’ispettorato del lavoro (Nil) sarebbe un vorticoso giro di fatture false per abbattere il reddito imponibile ed evadere l'iva, generato da un consorzio di società cooperative di Viterbo operanti nel settore dei trasporti e logistica dei farmaci, che sarebbero state affidate a teste di legno compiacenti. 

La frode secondo quanto ricostruito dalle fiamme gialle di Viterbo sarebbe stata smascherata al termine di una complessa indagine e diverse verifiche fiscali durate oltre un anno, che hanno permesso di scoprire un’evasione per 20 milioni di euro e l'impiego di 230 lavoratori irregolari da parte di 19 società cooperative, tutte intestate con nomi di pianeti e costellazioni del sistema solare.

«Io ho lavorato per loro da giugno 2012 a novembre del 2014, cambiando diverse cooperative. Per i primi sei mesi facevo il turno di giorno facendo avanti e dietro da Viterbo a Roma per due volte al giorno. Iniziavo alle 5 del mattino e finivo la sera alle 19. Era disumano e straziante, ma avevo bisogno di lavorare. Poi sono stato messo nella cooperativa come lavoratore artigiano, turni massacranti per sei volte a settimana. Era un lavoro disumano, ci trattavano come bestie senza mai avere niente in cambio».

L’indagine partì su segnalazione della Banca d’Italia per movimentazioni non chiare e pagamenti di grandi importi con diciture sospette. «Cambiare cooperativa era la prassi. Puntava il dito e ti licenziava per poi riassumerti alle stesse condizioni. Boni faceva tutto quello che voleva. Ci chiese perfino di dormire nel capanno al Rinaldone per sorvegliare i farmaci nel magazzino. Sono riuscito a farlo solo per 15 giorni».

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