La Corte d'Appello: a Viterbo c'era la mafia

Giuseppe Trovato
di Maria Letizia Riganelli
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La Corte d’Appello conferma: a Viterbo c’è stata la mafia. Nessun passo indietro rispetto alla sentenza di primo grado. La banda capeggiata da Giuseppe Trovato e Ismail Rebeshi era di stampo mafioso. L’ulteriore conferma è arrivata ieri sera, quando i giudice della Corte d’Appello hanno letto il dispositivo della sentenza di secondo grado. Le differenze, con quella del gup del Tribunale di Roma, si trovano nelle condanne, questa volta leggermente più basse.

Il boss Giuseppe Trovato condannato a 12 anni e 9 mesi (13.400 euro di multa), il capo in seconda Ismail Rebeshi a 10 anni e 11 mesi (9.500 euro di multa), Gabriele Laezza: 7 anni (5.800 euro di multa), Spartak Patozi 8 anni e 8 mesi (5.300 euro di multa), Sokol Dervishi 4 anni e 6 mesi, Gazmir Gurguri: 4 anni e 8 mesi, Shkelzen Patozi: 6 anni e 4 mesi (5.200 euro di multa) Fouzia Oufir 5 anni, Luigi Forieri: 3 anni e 6 mesi e Martina Guadagno 2 anni e 4 mesi (quest’ultima non ritenuta parte dell’associazione mafiosa). Gli stessi in primo grado avevano avuto pene leggermente più alte, o nel caso di Dervishi e Guadagno identiche.

Alcuni imputati sarebbero stati assolti da singoli capi d’imputazione, ma per capire come sia stato effettuato il computo bisognerà attendere le motivazione. Quel che resta sul tavolo al momento è il 416 bis. Il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso. Quello che a Viterbo non era mai stato contestato e che nel giro di due anni trova doppia conferma. E fa rimanere dietro le sbarre del 41 bis uomini che, tra il 2017 e il 2019, hanno messo a segno nella tranquilla città di papi oltre 40 attentati.

Una mafia piccola e autoctona che per quasi due anni ha messo spalle al muro imprenditori e semplici cittadini. Bersagli di atti vandalici e incendiari a scopo intimidatorio. Un’associazione a delinquere di stampo mafioso, di albanesi e calabresi cresciuti sotto le mura medievali della città, stroncata dai carabinieri del nucleo investigativo, coordinati dai pm della Dda Fabrizio Tucci e Giovanni Musarò, il 25 gennaio del 2019, quando un’ordinanza ha privato capi e gregari della libertà. Il boss dichiarato era Trovato, calabrese d’origine con parenti nelle prime file della ‘Ndrangheta, che con l’aiuto degli albanesi voleva prendere il controllo della città. Albanesi guidati da Ismail Rebeshi, il leader degli uomini dell’Est, che col calabrese stringe un patto per spartirsi soldi, potere e, con tutta probabilità, il mercato della droga.

Nella cornice mafiosa Rebeshi si mostra come un capo in seconda, comanda i suoi connazionali e con Trovato ragiona da pari. Per i giudici è vertice ma non al rango del calabrese. Le pene lo dimostrano. Ma il carcere e le azioni portate avanti dai primi mesi di prigionia sembrerebbero offrire un’altra visione. Ismail Rebeshi, per gli amici Ermal o il biondo, è l’unico ristretto dal 41 bis perché da dietro le sbarre avrebbe continuato a gestire gli affari come un vero boss. Con pizzini, microtelefoni e lettere sibilline. Ovviamente la partita non è ancora conclusa, la Cassazione è l’ultima tappa. E gli avvocati della difesa sono già pronti per l’ultimo round.

Martedì 8 Giugno 2021, 06:25 - Ultimo aggiornamento: 15:40
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