Dall'estetista in orario di lavoro, entra nel vivo il processo ai furbetti della Asl

Aula
di Maria Letizia Riganelli
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Sabato 18 Settembre 2021, 06:30 - Ultimo aggiornamento: 19 Settembre, 11:21

Prima alle Poste e poi dall’estetista. E tutto nell’orario di lavoro. Entro nel vivo il processo ai furbetti del cartellino della Asl di Viterbo. Ieri mattina davanti al giudice Roberto Colonnello hanno sfilato i primi testimoni. Alla sbarra 8 imputati, accusati di truffa. Si tratta di Tiziana Riscaldati, Maria Rita Guitarrini, Rosaria Amato, Gaetana Benedetti, Laura Taschini, Raffaele Pellecchia, Maurizio Trenta e Teresa De Siena, tutti medici e infermieri della Asl. Hanno già chiuso i conti con la giustizia Stefania Gemini e Renato Mastrocola, che hanno patteggiato la pena.
L’indagine della Guardia di finanza, coordinata dalla pm Paola Conti ieri presente in aula, prende il via nel 2015. Dalle intercettazioni i finanzieri scoprono che nel reparto di immunoematologia e trasfusione dell’ospedale di Belcolle c’è chi timbra il cartellino e poi si allontana magari per assistere a una recita scolastica o a fare shopping. «Il 20 gennaio 2016 - ha affermato uno dei finanzieri in aula - abbiamo pedinato una delle imputate. Alle 13 è stata vista uscire da Belcolle, e tra le 13 e le 14 era alle poste del Carmine. Poco dopo è entrata nel Bar Mimmo, dove è uscita accompagnata da un ragazzo. Seguita sempre con pedinamento è stata vista entrare in un centro estetico, da cui è poi uscita alle 16. La donna è rientrata a Belcolle dove è uscita alle 18». Quel giorno non solo pedinamenti. Secondo gli incroci effettuati con le celle telefoniche, il cellulare dell’imputato avrebbe agganciato la celle di Castel dell’Ovo, la piazza del Carmine, propio quella dove si trovano le Poste. 
Gli agenti del nucleo tributario della guardia di finanza hanno ripreso gli imputati per circa tremila ore. Poi pedinamenti e appostamenti. Attraverso l’incrocio di documenti acquisiti alla Asl di Viterbo e alla Regione Lazio è stato possibile ricostruire l’ammontare di indennità accessorie indebitamente percepite, negli ultimi cinque anni, da personale medico e infermieristico in servizio in questa unità operativa, che prevede anche l’assistenza domiciliare del paziente, per prestazioni di fatto mai realizzate.
Gli indagati, secondo la Procura, avrebbero sfruttato una delle caratteristiche del reparto: l’assistenza, a pagamento, in casa dei pazienti. La frode sarebbe stata posta in essere attraverso false attestazioni relative a trasfusioni di sangue a domicilio in giorni di assenza dal lavoro, in alcuni casi anche mentre erano in ferie. Oppure gonfiate nella quantità del servizio reso, o effettuate ma rendicontate anche a favore di colleghi che in realtà non c’erano.

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