Rapina all’ufficio postale, 5 anni e 8 mesi agli ideatori e 4 anni e 8 mesi al direttore complice

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Sabato 6 Novembre 2021, 06:35 - Ultimo aggiornamento: 14:39

Rapina all’ufficio postale di Canino, 5 anni e 8 mesi agli ideatori e 4 anni e 8 mesi al direttore complice. E’ arrivata ieri nel primo pomeriggio la sentenza per la banda che il 28 novembre 2020 mise a segno il colpo nella filiale di Poste Italiane nel centro di Canino.

Il gup del Tribunale, Giacomo Autizi ha condannato - con rito abbreviato che consente lo sconto di un terzo della pena: Domenico Palermo e Daniele Casertano assistiti dall’avvocato Salvatore Orefice a 5 anni e 8 mesi ciascuno, Christian Lanari difeso dagli avvocati Samuele De Santis e Graziana Papa, a 5 anni, Riccardo Carloni Modesti (avvocato Luigi Mancini) a 5 anni, il direttore delle Poste Massimiliano Ciocia, difeso da Gianni Ceccarelli, a 4 anni e 8 mesi e Roberto Gallo, assistito dall’avvocato Giovanni Labate a 4 anni.

All’appello manca solo Bruno Laezza che, a differenza dei suoi presunti complici, ha scelto il rito ordinario. Secondo la ricostruzione il 28 novembre 2020 un uomo, travestito da corriere, sarebbe entrato nella filiale delle Poste di via Garibaldi a Canino poco prima della pausa pranzo. E pistola in pugno si sarebbe fatto consegnare 200mila euro, custoditi nella cassaforte. Un colpo facile e veloce.

Ma qualcosa ha subito carpito l’attenzione degli investigatori. E non solo perché il colpo era riuscito troppo facilmente e troppo velocemente. Le indagini, di carabinieri e Polstrada coordinate dalla Procura di Viterbo, partite immediatamente, portano prima a tre persone sospette, che avrebbero parcheggiato un’automobile rossa proprio di fronte alle Poste nel momento della rapina. Auto che poi venne inquadrata dalle telecamere di sicurezza cittadine mentre lascia Canino.

Ma la perquisizione arriva a un vicolo cieco. Gli investigatori aprono un’altra pista. Controllano le telecamere, quelle della filiale, quelle della strada e quelle nel paese. Controllano anche gli sms scambiati dai tre. E scoprono che nella rapina c’è qualcosa che non va. Troppo semplice perfino per esperti rapinatori. E qui che capiscono che per la buona riuscita del colpo la banda deve aver trovato un infiltrato.

L’infiltrato risponde al nome del direttore della filiale, in procinto di essere sostituito. Sarebbe stato lui a collaborare con il gruppo per la riuscita del colpo. Gli inquirenti gli mettono gli occhi addosso e in poco tempo lo fermano con il bottino ancora nella borsa. Ben 30mila euro che sarebbero stati la sua quota. Il direttore parla però di una rapina da 200mila euro. Soldi che però non sarebbero mai venuti fuori e che alcune difese, e forse anche i giudicanti, ritengono non siamo mai esistiti.

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