Aumento materie prime, allarme per allevatori e agricoltori

Aumento materie prime, allarme per allevatori e agricoltori
di Luca Telli
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Giovedì 23 Settembre 2021, 06:30 - Ultimo aggiornamento: 13:19

La fiammata di aumenti delle materie prime non risparmia il settore primario. A pagare il conto più salato sono gli allevatori: il prezzo per un quintale di cerali è salito quasi del 20%, uno di mais costa esattamente il doppio in più, per la soia il rincaro è addirittura dell’80%, nel complesso la crescita media per i mangimi è di circa il 35%.

«Paghiamo una difficile congiuntura internazionale che investe il settore della trasformazione e colpisce in maniera diretta gli allevatori – spiega Daniele Ciorba direttore di Confartigianato Viterbo - Rieti –. La situazione per l’autunno non è rosea per niente».

Una situazione, che per esordio e diffusione ricorda da vicino quella del 2008 caratterizzata da un’escalation di aumenti capaci di mettere in ginocchio decine di aziende agricole, figlia di due fattori principali. Il primo, che agisce in maniera diretta, legato alle aspettative di un raccolto ridotto in diversi grandi Paesi esportatori; il secondo, in modo indiretto, all’aumento del prezzo dell’energia che spinge in alto i costi di produzione: per un identico volume di materie prime occorre molta più energia.

Un piano scivoloso, per limitare gli effetti del quale (soprattutto sul prezzo del latte alla stalla) è stato convocato su richiesta di Coldiretti un tavolo di confronto con il ministro dell’agricoltura Patuanelli, che non porta frutti migliori per gli agricoltori: «Aumenti significativi si sono registrati anche per concimi e fitofarmaci – aggiunge Ciorba –. Una spesa ulteriore che non fa bene alle imprese reduci, nel viterbese, da una stagione condizionata dal meteo. L’ultimo esempio è quello dell’uva: gelate e siccità hanno ridotto la produzione del 50% in alcune zone».

«Una soluzione va trovata alla svelta – spiega Sara De Luca, segretaria FAI (Federazione agricola ambientale alimentare industriale italiana) CISL –. L’aumento delle materie prime potrebbe avere infatti delle ripercussioni anche sull’occupazione. Nella Tuscia sono circa 20mila gli impiegati nel settore primario. Se aumentano i costi di produzione a finire per essere tagliati potrebbero essere gli anelli deboli della catena: i lavoratori appunto».

Le ipotesi di intervento sono, per ora, ancora fumose. «Aspettiamo cosa uscirà fuori dal tavolo di concertazione del 30 settembre – conclude De Luca –. Tutelare il settore primario deve essere una priorità». Certo, invece, l’effetto sui consumatori, attesi nei prossimi mesi da una pesante stangata anche sui beni primari: dal latte al pane.

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