La paranza dei bambini, il 17enne boss nel film: «La delinquenza condanna a una brutta fine: galera o cimitero»

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di Gloria Satta

Gli adolescenti perduti di Napoli conquistano Berlino e si preparano ad affrontare il pubblico delle sale. La paranza dei bambini, diretto da Claudio Giovannesi e ispirato all'omonimo romanzo-choc di Roberto Saviano (Feltrinelli), unico film italiano in concorso al Festival, esce oggi in tutta Italia. Potente racconto di formazione e fedele ritratto d'ambiente, storia di sentimenti e cruda narrazione di una realtà che ha poche speranze, il film ruota intorno a un gruppo di quindicenni del Rione Sanità, quartiere a rischio del capoluogo campano, colti nel momento preciso in cui scelgono di diventare criminali. Sentimenti, aspirazioni, contraddizioni, i videogiochi che convivono con le armi, la smania dei soldi e un grande amore scandiscono la vita di tutti, in particolare quella del capobranco Nicola (il giovanissimo attore esordiente Francesco Di Napoli, sicura promessa del cinema) che impara a fare il boss e come tanti coetanei va incontro ad un destino ineluttabile, incapace di fare sconti.

EMOZIONI
«Fin dal primo momento avevo chiaro in testa il desiderio di lavorare sui sentimenti e la fragilità dei protagonisti», spiega Giovannesi, 40 anni, all'attivo film interpretati da adolescenti come Alì ha gli occhi azzurri, Fiore e due puntate della seconda stagione di Gomorra, «volevo insomma prendere le distanze proprio dalla serie-cult che ha imposto in tutto il mondo la sua estetica criminale: La paranza dei bambini non è un racconto di genere ma una storia di sentimenti, che scava nell'anima dei protagonisti e documenta la perdita dell'innocenza. Ho cercato di raccontarla dalla parte degli stessi adolescenti, senza giudicarli troppo». Francesco Di Napoli, scelto tra 4mila ragazzi, barista napoletano, ha 17 anni e si è calato con convinzione nel ruolo di Nicola. «Mi hanno colpito il suo volto pulito e il suo talento naturale», spiega il regista. Il giovanissimo attore spiega: «Nel Rione Traiano, dove abito, ho conosciuto tanti ragazzi che, come il mio personaggio, fanno le scelte sbagliate pensando ingenuamente di poter avere tanti soldi in fretta ma senza preoccuparsi delle conseguenze dei loro atti». E cosa si sentirebbe di dire a questi coetanei? «A tutti loro vorrei consigliare di andare a lavorare onestamente. Il crimine, come abbiamo visto tante volte, ti condanna a una brutta fine: o finisci in galera o al cimitero. Io ho scoperto il cinema e intendo studiare continuare a recitare. L'esperienza sul set mi ha fatto crescere, mi ha insegnato ad essere più educato, gentile con tutti e ad esprimere le mie emozioni. Rabbia, paura, amore li avevo già dentro, Giovannesi mi ha insegnato a mostrarli».

LA SERIE
E' un fan di Gomorra? «Non direi, ho smesso di vedere la serie dopo la seconda stagione: è poco realistica, descrive situazioni esagerate». Saviano, sceneggiatore del film insieme con il regista e Maurizio Braucci, aggiunge: «La camorra è l'unica struttura che accetta di avere dei giovanissimi ai vertici. Eppure questi ragazzini criminali che ormai vivono non solo a Napoli ma in tutti i Paesi del mondo, dall'Albania al Brasile, hanno un'aspettativa di vita brevissima, pari a quella nel Medioevo, ma non sembra essere un problema. Hanno gli stessi desideri di tanti ragazzi delle metropoli europee. La pistola è la loro lampada di Aladino che permette di soddisfarli». A Berlino Saviano non ha mancato di polemizzare con il vicepremier Matteo Salvini: «È l'unico politico Occidentale che veste la divisa della Polizia», ha detto, «e questa, secondo me, è un'aggressione alla democrazia».


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