Renzo Piano: «Sul cantiere del ponte di Genova c'è l'orgoglio di reagire alla tragedia»

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È l’architetto Renzo Piano l’ospite del secondo appuntamento di “Vite – L’arte del possibile”, su Sky TG24 il 29 giugno alle 20.30, il 30 giugno alle 18.30 su Sky Arte e disponibile On Demand. «L’architetto alle 9 si sveglia poeta, alle 10 diviene artigiano e verso le 11 è meglio che diventi proprio un costruttore». Renzo Piano spiega così la sua professione al direttore di Sky TG24 Giuseppe De Bellis, rispondendo alla domanda se nel mestiere di architetto sia più importante la poetica o la concretezza.

Tra un foglio bianco e uno a quadretti
«preferisco senza dubbio un foglio a quadretti. Con l’età mi sono abituato anche al foglio bianco, ma ci faccio subito i quadretti. Il foglio bianco è la metafora del campo libero, la libertà totale, ma nel lavoro creativo non è vero che la totale libertà aiuti. Aiuta invece avere dei limiti, delle regole. Questo avviene in tutte le arti, anche in musica. C’è sempre qualcosa di geometrico, di preciso. Si parte da una regola: casomai poi ti diverti anche a sovvertirla, ma hai bisogno di seguirne i limiti. Io lavoro molto con gli scienziati e lavorano sempre alla stessa maniera: lavorano sempre su degli angoli molto stretti e la libertà se la tolgono essi stessi, salvo poi ricominciare da capo quando si accorgono di aver sbagliato». Nell’intervista, Piano parla anche gli anni della sua giovinezza, a Milano: «Conducevo una doppia vita: di notte occupavo l’università, di giorno andavo a lavorare nello studio dell’architetto Albini. Fu una cosa importante perché Albini era un artigiano vero. Io mi occupavo principalmente di smontare le cose, i pezzi, e forse è anche lì che ho appreso l’amore per il pezzo, gli elementi, le giunzioni. Perché, quando si guarda una costruzione, è tutto interessante, ma magari sono i giunti quelli che contano. È così anche nel corpo umano. Sono le giunzioni, le articolazioni, il modo in cui i pezzi si congiungono e poi diventano spazio: è questa la magia del costruire, è lì la scommessa contro la forza di gravità. Però poi c’è una cosa che deve esserci, ci deve essere il Kalos. È lì, quando capisci come le cose stanno assieme, come la luce penetra, come lo spazio si realizza, che entra in gioco qualcosa che si potrebbe definire la poetica del costruire». Tra i ricordi, anche l’infanzia da figlio di piccolo costruttore: «è così che sono arrivato a questo mestiere: stando seduto su un mucchio di sabbia nei suoi cantieri. Sono cresciuto dapprima, senza essere un architetto, sui cantieri a imparare una cosa: che costruire è un gesto straordinario, è esattamente l’opposto del distruggere. È un gesto di pace, un gesto di buona volontà».

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