Torna alla luce a Roma dopo un secolo capolavoro futurista di Giacomo Balla

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​(Cecilia Fabiano/Ag.Toiati) «Un ingresso fantasmagorico di fiamme infernali». La figlia Elica racconterà così anni dopo quella girandola di colori e di movimento, quel tripudio allo stesso tempo diabolico e allegro di gialli, di rossi e di blu che il grande Giacomo Balla realizzò sulle pareti e sul soffitto del Bal Tic Tac, il nuovissimo Cabaret di cui tutti allora a Roma parlavano (lo aveva inaugurato Filippo Tommaso Marinetti nel novembre del 1921) di fatto il primo locale futurista della capitale, dove si suonava una musica infuocata e trascinante che tanto assomigliava al jazz e si trascorrevano serate animatissime, esclusive e trascinanti.

Dato per perduto, così come la lussuosa sala da ballo al primo piano di Villa Huffer, riemerge fortunosamente dopo quasi 100 anni a Roma in via Nazionale il maestoso ingresso del locale che Giacomo Balla aveva interamente decorato, lavorandoci a tempo pieno per quattro mesi, per colorare muri e soffitti e progettare uno per uno tutti gli arredi, com'era solito fare lui che era un artista totale, allo stesso tempo pittore, architetto, falegname, persino sarto, come dimostrano i tanti immaginifici abiti futuristi ancora conservati nella sua casa studio di via Oslavia.

Un lavoro che gli valse allora un compenso di 4 mila lire e un plauso generale in quegli anni in cui il suo lavoro futurista era acclamatissimo e super apprezzato. «Un ritrovamento che ha del miracoloso», commenta presentandolo alla stampa il soprintendente speciale Francesco Prosperetti. Accanto a lui Luigi Donato, Capo Dipartimento Immobili di Bankitalia, annuisce e sorride. Il merito della scoperta, racconta, si deve proprio ai tecnici della Banca, chiamati a ristrutturare i locali della palazzina (acquisita agli inizi del Duemila) per dare vita al progetto di un Museo della Moneta e della Finanza. I colori di Balla sono usciti così, dice il direttore del museo Massimo Omiccioli, rimuovendo gli infiniti strati di pittura sui muri del pianoterra che per per anni aveva ospitato un noto showroom di lampade di design.

«Colori incredibili, aggressivi, una pittura che all'epoca doveva essere davvero innovativa e sconvolgente», sottolinea il soprintendente, che la Banca ha coinvolto non appena si sono intraviste le presenze della pittura. Ora verrà coinvolta una commissione di esperti per studiarlo e decidere come procedere al restauro. Lo stato attuale delle pareti purtroppo non è dei migliori, è sul soffitto (protetto da una carta da parati) che si può già apprezzare il ritrovamento in tutta la sua meraviglia. Quella pittura d'altro canto era delicatissima, fa notare il soprintendente, «non un affresco bensì una tempera».

ant'è, studiato e riportato al suo splendore, il «gioioso inferno» di Balla, come lo descriveva in una cronaca dell'epoca Charlotte Caillot, tornerà a farsi ammirare dal pubblico, grande star del Museo della Moneta, la cui apertura è prevista per fine 2021. E nello stesso tempo, sempre con l'aiuto di Bankitalia, si punta a riaprire anche la Casa Balla di Via Oslavia, dove l'artista visse dal 1929 al 1958, anno della sua morte e che le sue due figlie Luce ed Elica, che del lavoro del padre furono preziose collaboratrici lasciarono ai nipoti alla fine degli anni Novanta. Lì tutto è rimasto com'era, lo splendido studiolo rosso con la sua esplosione di colori, il corridoio dipinto, i letti di Luce ed Elica Bambine, le ceramiche decorate a mano dalla famiglia con le quali è stata colorata anche la bella terrazza, persino i cappotti sull'attaccapanni, i vestiti nell'armadio e le poltrone con la tappezzeria ricamata a mano con precisione certosina da Luce. Bankitalia ha prestato denari e competenze tecniche per la messa a norma dell'appartamento e i piccoli lavori indispensabili dopo tanti anni, la soprintendenza ha trovato i fondi per il restauro dei disegni e dei vestiti. Somigliantissimo al prozio artista, Alessandro Balla è uno dei nipoti eredi. È lui, che per un caso del destino ha anche lavorato in Banca d'Italia, a ringraziare tutti per la nuova scoperta e gli aiuti. «La Casa di Balla ha bisogno anche di un progetto di valorizzazione - dice - noi da soli non possiamo farlo. Ma è un unicum, un pezzo di storia che non deve essere disperso». 


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