La comunicazione intestino-polmoni, asse inesplorato nella Covid-19

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(Adnkronos) - E’ tempo che il dibattito scientifico intorno alla Covid si allarghi un po’ di più, coinvolgendo ambiti di ricerca ingiustamente rimasti agli angoli estremi di una comunicazione sempre più monotematica. 

Evidenze scientifiche oramai stringenti documentano l’esistenza di un intenso “cross talk”, ovvero una comunicazione a doppia via che si muove lungo l’asse “intestino-polmoni”, realizzata per il tramite dei microbioti dell’uomo: quello intestinale, ma anche quello che alberga nelle vie respiratorie. Queste “intelligenze microbiologiche”, tra loro variamente combinandosi lungo l’asse bidirezionale che collega l’intestino ai polmoni, riescono a modulare le dinamiche funzionali del sistema immunitario, così intervenendo nella genesi e sull’entità dei processi infiammatori non solo locali. 

E, a proposito di Covid, secondo un recentissimo studio condotto da ricercatori giapponesi, l’abbondanza del genere batterico Collinsella, imparentato con i più famosi bifidobatteri, può ridurre gli effetti delle infezioni da SARS Cov-2 e, quindi, spiegare i differenti tassi di mortalità tra i diversi paesi asiatici ed europei. Lo studio, costruito con dati raccolti entro i primi mesi del febbraio 2021, mette a confronto i tassi di mortalità per CoViD-19 tra popolazioni il cui microbiota intestinale si è rivelato particolarmente ricco di Collinsella, e popolazioni con presenze intestinali piuttosto scarse dello stesso genere di batteri. Si è così potuto constatare che, mentre Paesi come il Giappone, la Corea del Sud, la Finlandia, nei quali Collinsella risulta fortemente presente in una percentuale che oscilla tra il 35% e il 60% della popolazione, fanno registrare i più bassi tassi di letalità per CoViD, altri Paesi, tra cui l’Italia, l’Inghilterra, gli Stati Uniti, il Messico, il Belgio, abitati da cittadini che ospitano batteri del genere Collinsella solo in una percentuale oscillante tra il 4% e il 18% della popolazione, mostrano tassi di mortalità per CoViD tra i più elevati. 

Secondo gli autori questi i batteri sarebbero in grado di inibire il legame del coronavirus con i recettori delle cellule umane, così contribuendo a ridurre significativamente la gravità dei quadri clinici e i tassi di mortalità per CoViD-19 in Asia e nel Nord Europa. 

In realtà, l’ambito di ricerca è tutt’altro che nuovo se si considera che anomalie quali-quantitative della microflora intestinale sono state evidenziate, per esempio, nelle allergie respiratorie e soprattutto nell’asma bronchiale, ma anche nella fibrosi cistica o nei tumori polmonari. 

Di questo intrigante traffico bidirezionale di comunicazioni, che potrebbe spiegare per esempio il differente peso clinico della malattia capace, in alcuni casi, di uccidere, in altri di farsi sentire con sintomi più o meno importanti ed in altri ancora di passare del tutto inosservata, si parlerà nella prossima puntata di BioMedical Report, il programma scientifico curato dall’immunologo