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Islanda: tanti, troppi turisti. Nel mirino del governo il portale Airbnb

Islanda: tanti, troppi turisti. Nel mirino del governo il portale Airbnb
di Stefano Ardito
4 Minuti di Lettura
Giovedì 2 Giugno 2016, 00:14 - Ultimo aggiornamento: 4 Giugno, 14:24
L’ultima notizia arriva dall’Islanda. E in fondo è una buona notizia. La splendida e tranquilla isola del Nord Atlantico (la polizia non ha armi, si vendono più libri per abitante che in ogni altro paese) sta vivendo un rapido boom del turismo. Dopo la crisi del 2008, che ha messo in ginocchio le finanziarie e le banche, e dopo la dura crisi della pesca, l’Islanda è rinata grazie ai visitatori stranieri, che crescono di quasi il 30% ogni anno.
Nel 2015 hanno visitato geyser e vulcani, spesso attratti dalle ambientazioni di decine di film e della serie tv “Trono di spade”, ben 1,6 milioni di stranieri. Un numero enorme di fronte a 335.000 islandesi. Molti residenti guadagnano, qualcuno ha iniziato a preoccuparsi. Rifiuti sono comparsi accanto alla cascata di Gullfoss e nel parco nazionale di Thingvellir, le due principali attrazioni.

«Reykjavik, la capitale, sta diventando una specie di Disneyland», spiega Gunnar Thór Jóhannesson, professore di geografia e turismo all’università locale. Nei prossimi giorni una legge potrebbe imporre una tassa a chi affitta un appartamento per più di tre mesi adeguando così l’Islanda ad altri Paesi ad alta attrazione turistica.Già ad aprile la Corte Suprema aveva deliberato che si può affittare un appartament osu Airbnb e su altri siti di house sharing solo con il consenso del resto del condominio, cosa che accade già in moltissime altre città.

IL GIGANTE
Nel mirino degli islandesi preoccupati, da qualche mese, c’è un gigante del web e del turismo. Airbnb, il portale fai da te per l’affitto di camere e alloggi, è stata fondata nel 2008 a San Francisco da Brian Chesky, Joe Gebbia e Nathan Blecharczyk, e ha avuto un successo paragonabile a quelli di Amazon o Facebook. «Volevamo trovare un’alternativa al “couchsurfing”, la ricerca di un divano per dormire», spiega Blecharczyk. Oggi Airbnb offre alloggi in 34.000 città di 191 paesi, e viene utilizzata da 60 milioni di persone. Oltre agli appartamenti economici e alle camere per studenti, sul sito si trovano palazzi, castelli e isole. Il valore dell’azienda è stimato in 20 miliardi di euro.
Airbnb consente di entrare sul mercato dei servizi per il turismo a privati (spesso giovani) e famiglie prive di capitali consistenti. Brian Chesky, un altro dei fondatori, ha seguito il presidente Barack Obama in Kenya, e ha proposto questo tipo di accoglienza agli africani. Guarda caso, un altro paese dove Airbnb spopola è Cuba, che sta riaprendo i confini e dove la popolazione è povera.

È un boom che ci riguarda da vicino. Se 1,3 milioni di italiani nel 2015 sono andati all’estero utilizzando Airbnb, ben 3,6 milioni di stranieri hanno dormito nelle 89.200 strutture italiane, spendendo 3,4 miliardi di euro, pari allo 0,22% del Pil, e creando centomila nuovi posti di lavoro. In media, ogni padrone di casa ha guadagnato 2.300 euro, e ha affittato il proprio alloggio per 24 notti.
Non tutti, ovviamente, accolgono il boom di Airbnb con piacere. Oltre agli albergatori tradizionali, e alle municipalità e ai governi che temono un’evasione fiscale, si lamenta chi teme di veder snaturati i centri storici, o un rapido aumento degli affitti. Negli anni del terrorismo, si teme anche che i visitatori non vengano verificati e schedati. Prima che nella piccola Islanda, il problema è stato affrontato a Barcellona e a Berlino, visitate ciascuna da 30 milioni di turisti ogni anno.

Ada Colau, sindaco della città catalana, ha imposto a chi affitta stanze o appartamenti di registrarsi e di pagare le stesse imposte di soggiorno degli alberghi. A San Francisco, un’altra meta molto amata, possono affittare la propria casa o una stanza soltanto i residenti, per non più di 90 giorni l’anno, e se sono a loro volta affittuari il prezzo non può superare la pigione.
Le multe per chi sgarra, in tutte e tre le città, arrivano a decine di migliaia di euro. «Le regole devono essere uguali per tutti, non permetteremo che nasca un mercato turistico incontrollato e parallelo», spiega la battagliera Ada Colau, che non rappresenta le grandi società alberghiere ma è stata eletta con una coalizione di sinistra che include i militanti di Podemos.
 
TECNOLOGIA
Di fronte a queste critiche, Airbnb reagisce in due modi. Il primo è di sottolineare la differenza tra le sue strutture e gli alberghi. La nuova app per gli smartphone punta a portare le persone in quartieri e da padroni di casa con gusti simili ai loro (vita notturna, mercati rionali, cultura…). I proprietari sono invitati a preparare delle guide gratuite, che consentano a chi arriva di sentirsi un ospite, e non un turista di passaggio.
«In Italia Airbnb, tra il 2015 e il 2016, ha firmato delle convenzioni con i Comuni di Milano, di Firenze e di Roma. Tramite noi, chi affitta la propria casa si impegna a pagare le imposte di soggiorno, e a comunicare on-line alla Questura i dati degli ospiti. Un obbligo per la sicurezza delle città», spiega Matteo Stifanelli, country manager di Airbnb Italia.

Quanto allo snaturamento dei centri storici e al rapido aumento degli affitti, vecchi e nuovi sindaci italiani potrebbero imparare da Barcellona, San Francisco o Berlino. E magari dalla piccola Islanda.
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