Bielorussia frammenti di romanticismo sovietico nella Mittleuropa

Bielorussia frammenti di romanticismo sovietico nella Mittleuropa
di Marco Iaconetti
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Martedì 9 Settembre 2014, 14:38 - Ultimo aggiornamento: 18 Settembre, 17:30

“Wodka secca con ghiaccio, voglio festeggiare la mia quarantesima avventura”, dico sorridendo tra me e me. La barista mi dà gli auguri, pensando che si tratti del mio compleanno. Non ha capito che quaranta non sono gli anni che compio, ma i paesi da me visitati. “Dove vai?”, mi chiede incuriosita.

“Bielorussia”, rispondo. “Ah sì, Mosca”, replica la ragazza. Un po’ inorridito le spiego che Mosca è la capitale della Russia, mentre Minsk è quella della Bielorussia, chiamata tempo addietro Russia Bianca.

Ci si confonde sempre quando si pensa a questo paese estraneo al turismo di massa, che invece ha un fascino unico, tristanzuolo come un po’ tutti i paesi dell’ex area sovietica, con diversi parchi e una natura incontaminata che creano un’atmosfera romantica proprio nel centro della vecchia Europa.

Il padrone di casa, poco educatamente, non mi avvisa che la stanza da noi prenotata non è più libera. Con poco riguardo ci spedisce da un altro affittuario, che dispone di una camera vicino al parco Gorky, dove ho in programma di incontrare Ekaterina Malashenko, una bella ragazza locale, motivo della mia visita.

Il mio appartamento si trova in pieno centro, proprio nei pressi del Palazzo Presidenziale. Quasi mio dirimpettaio è il presidente Lukashenko, che spesso visita il polmone verde di Minsk per assistere alle partite di hockey sul ghiaccio, nel Palazzetto dello sport, dove in questa meravigliosa giornata di sole diversi ragazzi si allenano con molta dedizione.

Dopo quasi due anni di frequentazione virtuale su Skype, immagino come sia Ekaterina al nostro primo appuntamento, e chiedo a me stesso se la realtà possa superare la fantasia. Il momento fatidico è scattato e mi sento emozionato, soprattutto perché gioco da straniero in un paese che non conosco. Davanti ai miei occhi, però, si materializza una splendida ragazza bionda con degli occhi incantevoli, per cui vale la pena attraversare gli oceani del tempo pur di poterla incontrare.

La mia guida, fascinosa e colta, mi mostra la sua scaletta riferendomi che la prima tappa è la visita del nuovo Museo della Grande Guerra patriottica, vinta a scapito degli invasori nazisti, rei tra l’altro di un odioso genocidio nei confronti della popolazione locale.

All’interno, reali tank tedeschi “Panzer” e T34 sovietici sono posizionati in modo tale da simulare una battaglia. Ekaterina si ferma e m’indica quella piccola porzione di pane raffermo messa al di sotto di una teca dicendomi: “Quegli ottanta grammi di cibo erano il pasto giornaliero di soldati e popolazione civile”.

Posso solo immaginare quante siano state le sofferenze patite da chi ha vissuto quell’orrore quotidiano. “Qualcuno ti ha mai raccontato qualcosa sulla guerra?”, mi azzardo a chiedere. “No, personalmente no, ma molti hanno tramandato ai posteri l’eroica resistenza della nostra nazione per non far dimenticare il loro sacrificio in nome della libertà”.

Immagino di aver toccato un tasto dolente e me ne rammarico. Ci affrettiamo, dunque, per respirare un’atmosfera più gaia al di fuori del museo, visitando il piccolo centro storico con le diverse case color pastello. Quindi ci rechiamo in piazza dell’Indipendenza, contornata da seriose e razionali costruzioni stile sovietico, dove proviamo il draikin, un piatto tipico a base di patate, mozzarella e funghi, che se a prima vista mi è restato un po’ indifferente data la sua forma un po’ bizzarra, in un secondo tempo mi ha solleticato piacevolmente il palato.

La tappa successiva è la moderna biblioteca, immersa in uno splendido verde. Dall’alto ammiriamo lo skyline cittadino con innumerevoli nuovi cantieri, simbolo di una rinascita economica del paese. Nel frattempo Ekaterina ci racconta parte della sua vita, evidenziando la sua grande passione per il nostro ospitale paese, visitato addirittura per ben diciotto volte.

La tragedia di Chernobyl, a distanza di venticinque anni, riecheggia con dolore nei discorsi della mia guida, facendomi tornare in mente quella catastrofe che sembra oramai un fatto da narrare, ma che invece è ancora profondamente radicata nella quotidianità dei paesi limitrofi all’Ucraina, dove ancora oggi diverse coppie italiane vanno per adottare i cosiddetti bambini “perduti” della Bielorussia.

Passeggiando a ritroso sui miei passi, scorgo un grande cartellone pubblicitario che reclamizza il castello di Mir e quello di Njasviz. Non scorgo un numero, una e-mail, ma sento forte l’impulso di vederli e così senza ombra di vergogna chiedo ai passanti dove rivolgermi per un visita guidata. Dopo qualche brutta figura arrivo ad un tour operator e conosco Natalia, che fa di tutto per accontentarmi facendomi un buon prezzo, ma ad una condizione: “Devi pubblicizzare i luoghi dove andrai sul tuo blog in Italia, perché il mio paese non ha molto seguito e desidererei far venire più turisti”. Annuisco e penso che questo paese ha una base fortemente matriarcale dove le donne così caparbie, a tratti mascoline, sono il fulcro lavorativo della società bielorussa.

Le strade che mi conducono ai due castelli dell’ex Granducato di Polonia hanno un’aria così fiabesca, quasi ingessata cronologicamente, come la sua gente, che pur non rifiutando le nuove tecnologie mi sembrano distanti dall’oppressivo consumismo occidentale.

Nonostante i venti di guerra siano vicini, si respira aria di ruralità lungo il percorso, e vedendo le giovani coppie che si tengono per mano con i loro figli, mi rassereno, poiché penso che il germe della follia umana non metterà mai piede in questa nazione, che per me non rimane altro che un frammento di romanticismo sovietico nella Mitteleuropa.

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