Sardegna, Sant'Andrea Priu: mistero, antichi rituali sacri e archeologia

Sant'Andrea Priu
di Maria Serena Patriarca
3 Minuti di Lettura
Martedì 24 Agosto 2021, 11:18 - Ultimo aggiornamento: 11:19

Dal Neolitico all’Età Bizantina, dai culti ancestrali legati al toro, alle acque, alla Madre Terra, agli affreschi rappresentanti il Cristo Pantocrator, gli apostoli e la vita di Gesù. Visitare il sito archeologico di Sant’Andra Priu, a Bonorva, in Sardegna, nel cuore della suggestiva area del Logudoro, è un’esperienza che miscela in sé storia, arte, mistero e spiritualità in magica alchimia. La necropoli ipogeica si visita con l’ausilio di guide specializzate (per info contattare l’email santandreapriu@libero.it) e la prima immagine che colpisce il visitatore è l’enorme scultura del toro che spicca sulla collina che sovrasta la necropoli stessa: una scultura maestosa a cui si dice venne mozzata la testa in età cristiana.

Il toro, ritenuto un animale sacro in molte antiche civiltà del Mediterraneo, ci riporta al culto di Apis in Egitto, e ad antichi rituali spirituali di connessione con le forze arcane della natura, presenti anche nel resto dell’Africa e in India. Con ben 18 “camere” scavate nella trachite Sant’Andrea Priu è una tra le sepolture ipogeiche  più vaste del Mediterraneo e racchiude in sé, con la Tomba del Capo, divenuta poi chiesa rupestre, la più grande “domus de janas” della Sardegna.

 

Domus de Janas, o casa delle fate, è la denominazione che i sardi hanno dato ai misteriosi siti rupestri sede di antiche necropoli in età protosarda. La necropoli prenuragica di sant’Andrea Priu risale in origine al quarto millennio a.C., con tombe scavate sulla parete del pianoro che riproducevano, al loro interno la casa del defunto. I defunti venivano qui deposti in posizione fetale, pronti per iniziare una nuova vita dopo la morte. Il soffitto è decorato da raggi simili ai raggi solari che, incisi nella roccia, riproducono le travi del tetto delle capanne neolitiche. In età romana e poi bizantina la Tomba del Capo fu trasformata in una meravigliosa chiesa rupestre,  di cui ancora oggi sono visibili gli affreschi: il volto di una matrona romana, le pavoncelle sacre, la mano benedicente, solo per fare qualche esempio.

Questo ipogeo è costituito da 18 vani: tre molto ampi, disposti lungo lo stesso asse, e 15 piccole celle incastonate attorno ai tre vani principali. Tutto l’ambiente era decorato di color rosso ocra, il colore del sangue, in questo caso concepito come fluido che porta la vitalità per rinascere a nuova vita. All’entrata della grotta i solchi rotondi erano coppelle votive che raccoglievano offerte destinate ai defunti, come grano e olio. La chiesa rupestre fu poi riconsacrata nel 1313 e dedicata a Sant’Andrea.

Sul soffitto del presbiterio una cavità metteva in contatto le viscere della terra con il cielo aperto: la pioggia, considerata acqua benedetta, scendendo dall’alto, entrava dunque direttamente in chiesa, toccando l’altare sottostante, per poi defluire in due canali che terminavano nel pozzetto adibito a fonte battesimale. Per un fenomeno unico di accurata e antichissima conoscenza astronomica, il 21 dicembre, giorno del solstizio d'inverno, i raggi di sole che entrano dalla grotta della Tomba del Capo vanno a illuminare la mano del Cristo Pantocrator affrescato nel Presbiterio.

© RIPRODUZIONE RISERVATA