Il viaggio della vita, del riscatto e della speranza

Il viaggio della vita, del riscatto e della speranza
di Krizia Ribotta
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Martedì 17 Giugno 2014, 16:53 - Ultimo aggiornamento: 21 Giugno, 19:12
A volte il viaggio che hai pianificato con attenzione nei dettagli porta a degli imprevisti, che per una serie di circostanze, ti offrono la possibilità di compiere un altro viaggio. Decisamente diverso dal primo, molto più profondo e meno fisico, ma mentale.

Sembra strano, ma a me è successo proprio così. E si è rivelata essere una preziosa lezione di vita che mi ha lasciato l'amaro in bocca, di cui conserverò a lungo gli scatti rubati che, nella fretta, sono riuscita a catturare con il mio smartphone.

Non mi era mai capitato di arrivare a Milano all'1 di notte, anche se spesso i treni che prendo subiscono dei ritardi, ma mai così ecclatanti. Non riuscendo più a prendere la metro per raggiungere la fermata da cui, due ore dopo, avrei dovuto partire, decido di fermarmi per un saluto dal kebabbaro vicino la stazione, che solitamente resta aperto fino alle 4.

Scendo le scale della stazione Centrale mentre mi accorgo di essere circondata, da entrambi i lati, da persone sedute per terra, raggruppate a 3 o a 4. Vista la stanchezza e non avendo più addosso le lenti a contatto, non riesco a distinguere bene le facce, ma noto solo gli abiti molto scuri e i numerosi borsoni. Sento i loro occhi addosso, quasi quelle sagome volessero uscire dalla stazione insieme a me. Incontro una delle guardie sorveglianti del posto, che mi fa presente che, una volta uscita, non posso più rientrare. Gli sorrido, rispondendogli che ho un posto dove stare e che, lì dentro, mi manca l'aria. È vero, l'olezzo è molto forte, vista tutta quella gente accampata e i passeggeri dei greni del primo mattino sdraiati e stravaccati qua e là, quasi incuranti di dover custodire i loro bagagli.

Mentre sto per chiudermi la porta alle spalle, mi sento tirare, e immediatamente penso a qualche borseggiatore che deve aver visto che ho lasciato la tasca della tracolla aperta. Invece è un bambino. Quel faccia a faccia mi fa rendere conto di quanta sofferenza si nasconda dietro ai suoi occhi, e non posso far altro che avvicinarmi a lui.

"Fame" mi dice.

"Hai fame?" gli chiedo.

"Fame. Fame" mi ripete, correndo verso due adulti, che dò per scontato siano i suoi genitori.

Fortunatamente la donna parla uno stralcio di italiano, e mi dice che è da ieri che non mangiano, perchè non hanno trovato nulla, e i pasti che arrivano non sono mai abbastanza per tutti.

Capisco che anche loro fanno parte dei profughi siriani scappati dalla guerra, che si sono rifugiati in Italia. In particolare, questa signora, con marito e figlio, sono arrivati a Milano dopo un viaggio esasperante: da Damasco a Tripoli, per poi raggiungere prima Catania e poi la capitale della moda.

Quello è lo strano percorso che condividono con tutte le altre persone che si trovano in stazione, e che sono in balia del governo italiano per riuscire a raggiungere altri Paesi europei. Ma al momento non possono, perchè secondo la procedura devono richiedere lo status di rifugiati dal primo paese in cui sono arrivati, quindi l'Italia. La speranza del marito della signora è quello di arrivare in Danimarca, dove c'è un suo cugino che li può ospitare. Perchè in Italia non conoscono nessuno, non hanno un posto dove stare, non parlano la nostra lingua e non hanno neanche un euro per sopravvivere fuori da Centrale.

E io che stavo andando dal kebabbaro per una porzione di patatine e una Coca in piena notte, giusto per soddisfare un capriccio del mio stomaco.

Non potendo rientrare una volta uscita, chiamo il mio amico e gli chiedo di fare una consegna a domicilio. 3 pizze, 3 lattine di Fanta, una porzione di patatine e "tanto ketchup". Indirizzo? Stazione Centrale. Ride. Probabilmente ha già capito tutto.

E quando arriva quella che per loro è il pranzo-merenda-cena della giornata, mi riempiono di una raffica di "grazie", e per ogni volta che sento il suono di quella parola, rendo grazie alla vita per essere così fortunata con tutto quello che ho.
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