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Processo Becciu, perquisita di nuovo la diocesi di Ozieri, il vescovo: «Tutto regolare, iniziativa incomprensibile»

Processo Becciu, perquisita di nuovo la diocesi di Ozieri, il vescovo: «Tutto regolare, iniziativa incomprensibile»
di Franca Giansoldati
5 Minuti di Lettura
Martedì 15 Febbraio 2022, 19:27 - Ultimo aggiornamento: 16 Febbraio, 12:17

Città del Vaticano – A tre giorni dalla sesta udienza in Vaticano del processo sul famoso immobile di Londra, sono state effettuate stamattina una serie di perquisizioni dalla Guardia di Finanza su disposizione della Procura di Sassari, in Sardegna, in base ad una rogatoria nell'ambito di una indagine per riciclaggio relativa a fondi dello Ior e della Cei che sarebbero finiti a enti e persone legate al cardinale Angelo Becciu, uno degli imputati. Le perquisizioni sono state effettuate a Roma, Ozieri, Pattada e Bono, in provincia di Sassari nei confronti dei beneficiari dei fondi, in base alla rogatoria richiesta dal Promotore di Giustizia. 

Il vescovo di Ozieri, la diocesi in cui sono avvenute le perquisizioni, monsignor Corrado Melis, pur manifestando assoluto rispetto verso «l’Autorità Giudiziaria procedente» in un comunicato ha espresso «dolore e rammarico per un’iniziativa così incomprensibile e destabilizzante». Infondata poiché, spiega, «l’attività investigativa in corso appare prima facie infondata, consistendo in accertamenti peraltro eseguiti nello scorso mese di luglio a seguito di contestazioni già smentite sul piano contabile e documentale».

«Sarà, quindi, dimostrata la piena legittimità dell’operato della Diocesi, della Caritas e della Spes, le cui finalità e concrete attività hanno esclusiva natura solidale e di carità istituzionalmente proprie di tali enti” si legge ancora nel comunicato. Il vescovo ha poi ripetuto che la Diocesi di Ozieri ha sempre operato nel rispetto delle finalità religiose e solidali anche sul piano economico, impegnando le “proprie risorse nello spirito di interventi mai affrancati da comprovate situazioni di disagio individuale, familiare o lavorativo».

«La Diocesi – prosegue la nota - che si identifica nell’operato della Caritas locale e, con essa, si avvale della preziosa collaborazione della cooperativa solidale senza fini di lucro Spes, suo concreto e reale braccio operativo, cui sono state destinate somme regolarmente documentate, contabilizzate e rendicontate nell’inequivocabile e incontestabile assenza di interferenze o condizionamenti da parte di alcuno, men che meno del Cardinale Angelo Becciu, del tutto estraneo alle iniziative dell’ente religioso».

I legali hanno spiegato che la perquisizione avvenuta stamattina si tratta di un atto dovuto da parte della Procura di Sassari a causa dell'ultimo rinvio a giudizio del cardinale Becciu per l'accusa di peculato. Di conseguenza tutti i soggetti con i quali ha lavorato la cooperativa Spes – del fratello del cardinale - sono indagati per riciclaggio e ricettazione in quanto presunti destinatari dei fondi. 

Venerdì si terrà una importante udienza. Il presidente del Tribunale vaticano, Giuseppe Pignatone, durante l'ultima seduta, aveva dato al Promotore di Giustizia una sorta di ultimatum: una settimana di tempo, fino al 31 gennaio, per depositare le parti mancanti negli atti di citazione al processo. Ma al temine stabilito l'Ufficio del Promotore di Giustizia non ha depositato nulla di quanto richiesto, solo una memoria di tre pagine (firmata da Alessandro Diddi, Roberto Zanotti, Gianluca Perone) nella quale sono stati illustrati i motivi per i quali non intende farlo. Un braccio di ferro continuo che dura dal luglio scorso.

«La copia rilasciata alle parti riproduce integralmente il compendio documentale anche di natura informatica prodotto agli atti del giudizio e rispondente al materiale usato ai fini processuali» si legge nella memoria. In pratica i Pm affermano che gli atti già rilasciati e consegnati alle difese sono solo quelli utilizzati a fini processuali. Non ci saranno depositi ulteriori con buona pace di tutti.

Eppure il presidente del Tribunale Pignatone aveva annotato che di quei 250 oggetti sequestrati (e ancora chiusi a chiave in una cassaforte) ne erano stati resi disponibili alle difese «solo copie parziali». Un vulnus che andava colmato anche perchè il materiale effettivamente sequestrato è immenso e riguarda decine di dispositivi elettronici, hard disk, cellulari, computer, pennette.

Durante l'ultima udienza era emerso inoltre che solo a monsignor Alberto Perlasca erano stati sequestrati 31 dispositivi informatici - “tablet, hard disk, penne, dvd, telefonini” - sebbene alle difese fossero stati dati solo contenuti parziali di un solo telefono cellulare e di un indirizzo di posta elettronica.

L'ennesima doccia fredda per gli avvocati degli imputati (dieci persone tra funzionari vaticani, sacerdoti, finanzieri e un cardinale) che continuano a denunciare l'impossibilità di accedere alle prove e avere garanzie per un giusto processo. Per presidente del Tribunale Pignatone questo ordine disatteso rappresenta l'ennesimo smacco, visto che ancora una volta le sue decisioni vengono disattese dalla pubblica accusa vaticana.

«Questo ufficio ha disposto le opportune verifiche in merito al contenuto all'integrità dei documento informatici depositati e consegnati in copia» si legge nella memoria depositata dal Promotore di Giustizia.

E ancora: «I documenti informatici in atti rappresentano la totalità del materiale, rinvenuto sui relativi supporti, che questo ufficio ha utilizzato quale fonte di prova, in applicazione di principi e regole di generale osservanza, cosi come, del resto chiarito nella parte conclusiva della ordinanza resa il 6 ottobre».

Nella memoria viene anche spiegato che le eccezioni di nullità di singoli processi verbali di dichiarazione di monsignor Perlasca non ledono affatto il diritto della difesa. 

Nel corso dell'ultima udienza i pm della Santa Sede avevano chiesto il rinvio a giudizio per i quattro imputati che erano stati precedentemente stralciati per incompletezza degli atti di citazione. Si trattava del finanziere Raffaele Mincione, dell’ex dipendente della Segreteria di Stato vaticana Fabrizio Tirabassi, dell’avvocato Nicola Squillace e di monsignor Mauro Carlino. I magistrati avevano chiesto anche che il cardinale Becciu fosse rinviato a giudizio anche per subornazione, per aver cercato di condizionare la testimonianza di monsignor Perlasca. Il reato era stato stralciato all’inizio del processo.

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