Il Papa, la doccia fredda dal Cremlino e il ricordo di La Pira quando riuscì ad andare a parlare con Krushev al Politburo

Il Papa, la doccia fredda dal Cremlino e il ricordo di La Pira quando riuscì ad andare a parlare con Krushev al Politburo
di Franca Giansoldati
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Giovedì 5 Maggio 2022, 20:30

CITTÀ DEL VATICANO Il ramoscello d'ulivo offerto a Putin da Francesco è sempre lì, ad attendere che il leader del Cremlino cambi idea e voglia coglierlo per ribaltare la Storia.
Ieri a Santa Marta si evocava una della frasi più famose di San Paolo, «spes contra spem», la speranza contro ogni speranza che di questi tempi rispecchia il grande bisogno di essere speranza per alimentare speranza. Una frase simbolica che in passato venne scelta da Giorgio La Pira per il suo cammino folle che lo portò a parlare con Krushev, al Politburo, durante la crisi missilistica di Cuba, armato di fede e di una valigia piena di santini della Madonna di Fatima alla quale era devoto.


Il forte messaggio di Francesco di recarsi a Mosca con il nobile intento di aprire una breccia ha per ora ottenuto l'effetto di una doccia fredda. Il portavoce di Putin, Dmitri Peskov, ha sintetizzato gli umori negativi: «Non sono stati raggiunti accordi. Iniziative del genere dovrebbero passare dai servizi diplomatici». Al di là del Tevere però sono abituati a lavorare sull'onda lunga degli eventi ed evangelicamente porgono l'altra guancia. Il cardinale Pietro Parolin si è affidato a metafore: «Gelo? Stiamo andando verso la primavera, verso l'estate, speriamo non si torni indietro anche se, certamente, è un momento difficile».
CHIERICHETTO
Più pesante è stata la reazione del Patriarcato di Mosca. «È deplorevole che un mese e mezzo dopo la conversazione con il Patriarca, Papa Francesco abbia scelto il tono inappropriato per trasmettere il contenuto di questo colloquio riservato». La frase papale - affidata al Corriere della Sera - che ha creato maggiori problemi riguarda un passaggio del lungo colloquio avuto via zoom con Kirill: «Fratello, noi non siamo chierici di Stato, non possiamo utilizzare il linguaggio della politica, ma quello di Gesù. Siamo pastori dello stesso santo popolo di Dio. Per questo dobbiamo cercare vie di pace, far cessare il fuoco delle armi. Il Patriarca non può trasformarsi nel chierichetto di Putin».
Sentendosi messo sotto una luce negativa Kirill non ha esitato a lanciare strali: «È improbabile che tali affermazioni contribuiscano all'instaurazione di un dialogo costruttivo. Un dialogo che è particolarmente necessario in questo momento».
Durante il colloquio del 16 marzo Francesco e Kirill avevano concordato di comune accordo di spostare l'incontro programmato a Gerusalemme per il 14 giugno. Si sarebbero dovuti abbracciare all'ombra del Sacro Sepolcro. Il pontefice aveva fatto presente al suo interlocutore che la posizione assunta dagli ortodossi russi sulla guerra in Ucraina non poteva essere accettata. Per Kirill il conflitto è ritenuto giusto poiché funzionale a estirpare il Male che affligge l'Occidente, diffondendo ovunque lobby gay, relativismo etico e minando alla base la famiglia formata da un uomo e una donna. Il filo ecumenico sicuramente è sottoposto a forti stress e, di sicuro, a breve non ci saranno meeting. Nel frattempo contro Kirill è intervenuta anche la Commissione europea che ha proposto misure restrittive contro di lui. Le sanzioni potrebbero così colpire il suo vasto patrimonio personale anche se lui dice che si tratta di «una assurdità».
CUBA
Sembrano decisamente lontani anni luce i momenti di armonia che portarono, nel 2016, Papa Francesco e Kirill a firmare a Cuba, sotto lo sguardo di Castro, un memorandum storico in cui, in tre punti, veniva persino oscurata la Chiesa greco-cattolica ucraina. L'arcivescovo Sviatoslav Shevchuk in un libro, edito da Cantagalli nel 2018, criticava l'impostazione di quella intesa siglata con il Patriarca e già allora metteva in guardia dall'influenza del Cremlino: «L'Ucraina è vittima di una aggressione esterna: noi non vogliamo e non appoggiamo di certo la guerra, ma non possiamo affermare che un popolo non abbia diritto a difendersi. Siamo contro la guerra e facciamo appello al Papa e alla comunità internazionale perché sia fermato l'aggressore. Nessuna Chiesa ucraina ha appoggiato questa aggressione esterna. La formulazione del testo rischia di essere una copertura dell'aggressore, o l'ammissione che la Chiesa russa abbia un ruolo in tutto questo conflitto».

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