CORONAVIRUS

Coronavirus, Papa Francesco: «Preghiamo per i carcerati». E la Caritas preme Conte: «Fate uscire i più fragili»

Giovedì 19 Marzo 2020 di Franca Giansoldati
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Città del Vaticano – L'inferno carcerario ai tempi del coronavirus - una vera e propria bomba a orologeria - entra nella messa del Papa a Santa Marta. Bergoglio non si pronuncia a favore di uno sconto di pena ma solleva la stessa questione che un gruppo di associazioni cattoliche hanno posto al Governo. «I fratelli e le sorelle che sono in carcere soffrono tanto, soffrono per l'incertezza di quello che accadrà dentro le carceri. Penso alle loro alle loro famiglie, a come stanno, qualcuno magari è malato, manca qualcosa: stiamo dunque vicini ai carcerati con la preghiera. Soffrono di tanta incertezza e dolore» ha detto il pontefice stamattina, introducendo la consueta messa mattutina che celebra da solo in compagnia dei suoi collaboratori più stretti ma senza fedeli. 

In questi giorni – mentre infuria la polemica politica di un possibile sconto di pena per fare uscire dal carcere chi ha pene inferiori ai 18 mesi, al fine di limitare il sovraffollamento in caso di possibili contagi – un gruppo di associazioni cattoliche ha scritto al premier Conte per chiedere al «Governo di mettere in campo con urgenza e senza esitazioni dei provvedimenti che consentano di affrontare in maniera adeguata e nei tempi necessari il rischio del diffondersi del contagio da Covid 19 in carcere. Occorre fare uscire – si legge nel documento unitario -le persone fragili e chi ha un fine pena breve, ampliando la detenzione domiciliare speciale per liberare spazi all'interno degli Istituti di pena, in un momento in cui lo spazio è essenziale per fermare la diffusione dell’epidemia. Non bastano i presidi sanitari. In un luogo chiuso come il carcere occorrono provvedimenti coraggiosi e decisi a tutela di tutti». 

A firmare l'appello al governo sono state la Caritas diocesana di Roma, i cappellani degli Istituti penitenziari di Roma, l'Ispettore generale dei Cappellani penitenziari, la Comunità di Sant’Egidio, Sesta Città rifugio , VoReCo e i Gruppi di Volontariato Vincenziano.

Il dl sulle carceri contenuto nel dl Cura Italia continua a sollevare polemiche. Per ragioni opposte vorrebbero fosse modificato sia chi come la Lega, lo vede come un indulto mascherato, sia tutto il fronte più impegnato sulle carceri (Radicali, Unione delle Camere penali, Antigone), che giudica le misure «inefficaci» e rischiose perché non riusciranno a frenare i contagi tra i detenuti.

C'è anche tanta insoddisfazione tra le organizzazioni della polizia penitenziaria: il dl farà uscire solo duemila detenuti, non risolvendo l'emergenza, accusa il sindacato Spp. Mentre il Garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma, continua a difendere le misure ma chiede che sia data «ampia possibilità» di accedervi a tutti quelli che ne hanno i requisiti. In prima fila nella mobilitazione perché il decreto sia modificato ci sono i penalisti, che parlano di «scelte irresponsabili e ciniche» da parte della maggioranza, visto che le detenzioni domiciliari per chi deve scontare meno di 18 mesi di pena residua sono «condizionate» - a differenza delle iniziali bozze - a braccialetti elettronici «che non esistono e che nessuno vuole acquistare». 

A Milano un detenuto, affetto da una grave patologia, è già stato scarcerato e posto ai domiciliari per i «rischi connessi all'emergenza sanitaria» del coronavirus, che possono aggravare la sua malattia. Nelle carceri il clima resta teso. Il Garante per i detenuti fa sapere che con le Procure e con visite negli istituti sta verificando la veridicità di «casi di ritorsione» nei confronti dei detenuti che hanno partecipato alle proteste dei giorni scorsi. 

In questi giorni la Polizia Penitenziaria in prima linea nelle carceri  ha denunciato la totale mancanza di mascherine del tipo FFP2/FFP3 oltre che di disinfettante che provoca grossi problemi alla gestione dei servizi 

 

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