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Il Papa ai capi indigeni: «Perdono per gli abusi»

Il Pontefice in Canada tende la mano ai sopravvissuti al genocidio culturale

Il Papa ai capi indigeni: «Perdono per gli abusi»
di Franca Giansoldati
4 Minuti di Lettura
Martedì 26 Luglio 2022, 12:06

dalla nostra inviata

EDMONTON (CANADA) Sopra Maskwacis il cielo è gonfio di nubi grigie: sembra voler piangere. Nella grande riserva dei nativi canadesi l'arrivo del Papa non può che toccare i cuori dei sopravvissuti al genocidio culturale subito da oltre un secolo dalle popolazioni autoctone - inuit, metis, first nations - schiacciati dal sistema di omologazione governativo, portato avanti con l'appoggio della Chiesa. Oltre 150 mila bambini strappati ai genitori per essere internati nelle scuole cristiane cancellando in loro qualsiasi eredità culturale propria. Papa Francesco percorre il tratto su una sedia a rotelle sospinta dal maggiordomo. Si copre con la mano il viso, prova vergogna per quei cattolici che nel passato si sono resi responsabili di crimini orrendi.


DISTRUZIONE CULTURALE
«Sono qui perché il primo passo di questo pellegrinaggio penitenziale in mezzo a voi è quello di rinnovarvi la richiesta di perdono e di dirvi, di tutto cuore, che sono profondamente addolorato: chiedo perdono per i modi in cui, purtroppo, molti cristiani hanno sostenuto la mentalità colonizzatrice delle potenze che hanno oppresso i popoli indigeni. Sono addolorato. Chiedo perdono, in particolare, per i modi in cui molti membri della Chiesa e delle comunità religiose hanno cooperato, anche attraverso l'indifferenza, a quei progetti di distruzione culturale e assimilazione forzata dei governi dell'epoca, culminati nel sistema delle scuole residenziali». La parola «perdono» ha un significato quasi metafisico ed è ciò che i nativi volevano ascoltare. La visita in fondo serviva proprio a questo, mentre in parallelo si prepara anche un maxi piano risarcitorio sia da parte governativa che da parte ecclesiale.

 


Il tono di Francesco è dolente. Molti sopravvissuti hanno il volto rigato di lacrime. «Sono anch'io consapevole che, guardando al passato, non sarà mai abbastanza ciò che si fa per chiedere perdono e cercare di riparare il danno causato». Francesco scandisce le parole, parla in spagnolo, il suo sguardo però tradisce emozione e con empatia abbraccia i presenti. Il gesto resterà nella memoria collettiva nazionale e forse consentirà di far voltare pagina una nazione squassata. «Mi ferisce pensare che dei cattolici abbiano contribuito alle politiche di assimilazione e affrancamento che veicolavano un senso di inferiorità, derubando comunita e persone delle loro identita culturali e spirituali, recidendo le loro radici e alimentando atteggiamenti pregiudizievoli e discriminatori, e che ciò sia stato fatto anche in nome di un'educazione che si supponeva cristiana».


IL CIMITERO
Nel piccolo cimitero pieno di croci colorate, un angelo di pietra custodisce impietrito lo strazio. «Lasciamo che il silenzio ci aiuti tutti a interiorizzare il dolore. Silenzio. E preghiera: di fronte al male preghiamo il Signore del bene; di fronte alla morte preghiamo il Dio della vita». Il capo indigeno Wilton Littlechild, con il copricapo di piume, offre uno spaccato storico del territorio ancestrale dei first nation, quelli che gli europei per secoli hanno sempre chiamato in modo dispregiativo indiani d'America. «In qualità di ex commissario della Commissione per la verità e la riconciliazione ho ascoltato quasi 7 mila testimonianze di ex studenti di scuole residenziali. Lei stesso ha avuto modo di ascoltare degli abusi subiti quando siamo venuti in Vaticano ad aprile e capire la devastazione di tante famiglie distrutte». Sul palco del minuscolo villaggio sfila l'orgoglio di una cultura antica. «Il mio nome in Cree e Usow-Kihew, che significa Aquila d'oro. In inglese sono conosciuto come Wilton Littlechild. Sono stato uno studente qui alla scuola residenziale Ermineskin». Seduti in un angolo sono presenti anche la Governatrice Mary Simon, e il Primo Ministro, Justin Trudeau.

 

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