Papa Francesco e il massacro di Bucha in Ucraina: «Dio abbia pietà di tutti noi»

Francesco si presenta ai giornalisti zoppicando vistosamente e dal suo volto traspariva la stanchezza di una trasferta che per lui si è rivelata pesante

Papa Francesco e il massacro di Bucha in Ucraina: «Dio abbia pietà di tutti noi»
di Franca Giansoldati
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Domenica 3 Aprile 2022, 21:44 - Ultimo aggiornamento: 4 Aprile, 14:03

Da bordo dell'Aereo papale -  Sul volo dell'Air Malta Papa Francesco sta tornando a Roma. In questi due giorni ha celebrato messe, ascoltare storie di migranti approdati sull'isola, ha salutato bambini, ma il suo pensiero costante è stato rivolto alla guerra in Ucraina. Si presenta ai giornalisti zoppicando vistosamente e dal suo volto traspariva la stanchezza di una trasferta che per lui si è rivelata pesante. 

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Come sta la sua salute?

«La mia salute è un po’ capricciosa. Ho questo problema al ginocchio che porta problema di deambulazione. Adesso va migliorando, almeno posso camminare mentre due settimane fa non potevo. A questa età non si sa come andrà a finire la partita».

Come è andato il viaggio a Malta?

«Sono stato contento della visita. Ho visto un entusiasmo impressionante, un entusiasmo grande sulle strade sono rimato stupito. È stata una visita breve. Uno dei problemi di Malta è la migrazione. Il problema dei migranti è grave. Cipro, Italia, Spagna, Malta e Grecia sono i più vicini all’Africa e al Medio Oriente e accolgono di più. Arrivano qui. Ma i migranti vanno accolti sempre. Però ogni governo deve dire quanti ne può ricevere per vivere da loro. Ci vuole un’intesa con i Paesi dell’Europa. Non tutti sono disposti a ricevere i migranti. Dimentichiamo che l’Europa è stata fatta dai migranti. Non si deve lasciare tutto in mano ai Paesi limitrofi che sono così generosi. Sono stato nel centro di accoglienza dei migranti e ho sentito cose terribili, la sofferenza patita per arrivare fin lì. E poi il racconto dei lager nella costa libica: questo è criminale. Questo problema tocca il cuore di tutti. L’Europa sta dando con grande generosità il posto agli ucraini che bussano e così a chi viene dal Mediterraneo. Ho sentito testimonianze e sofferenze. Uno che ha parlato oggi ha dovuto pagare quattro volte il viaggio, vi chiedo di pensarci»

 

Nel volo che la ha portata a Malta lei ha detto che un viaggio a Kiev è sul tavolo. Venerdì a Roma il presidente polacco lasciava aperta la porta a un suo viaggio sui confini della Polonia. Oggi ci hanno colpito immagini arrivate da Bucha dove gli ucraini hanno trovato decine di cadaveri, alcuni con le mani legate. Oggi la sua presenza sembra necessaria. Un viaggio è fattibile? E a quali condizioni?

«Non conoscevo la notizia di Bucha, grazie per avermela detta. La guerra è una crudeltà, inumana, va contro lo spirito umano. Sono disposto a fare tutto quello che si potrà fare. La Santa Sede fa la sua parte diplomatica. Il cardinale Parolin, monsignor Gallagher stanno facendo di tutto. Non si può pubblicare tutto quello che fanno per prudenza ma siamo al limite del lavoro. Tra le varie cose c’è il viaggio. Ci sono due possibilità. Il cardinale Krajewski, che è già stato due volte a portare aiuti agli ucraini in Polonia potrebbe andare una terza volta. E lo farà. L’altra possibilità è Kiev. Io avevo in mente di andarci. Dico con sincerità che la disponibilità c’è sempre. Non c’è il no. Sono disponibile. È sul tavolo. È una delle proposte ma non so se si potrà fare, e se sarà conveniente farlo. È nell’aria tutto questo. Da tempo ho pensato anche a un incontro con il patriarca Kirill. Si sta lavorando per realizzarlo, si pensa di farlo in Medio Oriente».

Lei dall’inizio della guerra ha parlato con Putin? Se no, cosa gli direbbe?

«Gli direi le cose che ho detto alle autorità di ogni parte, sono pubbliche. Nessuna delle cose che ho detto è riservata a me. Ne ho parlato con il patriarca. Lui ha fatto una bella dichiarazione di quello che ci siamo detti. Il presidente della Russia mi ha chiamato a fine anno per farmi gli auguri. Il presidente ucraino l’ho sentito due volte. E ho pensato il primo giorno della guerra che dovevo andare all’ambasciata russa presso la Santa Sede per parlare con l’ambasciatore che rappresenta il popolo, fargli domande e dirgli le mie impressioni. Questi sono i contatti ufficiali. Ho sentito l’arcivescovo maggiore di Kiev e poi ho sentito ogni due giorni la giornalista Elisabetta Piquet che adesso è a Odessa. Mi dice come stanno le cose. Ho parlato col rettore del seminario. In proposito vorrei darvi le condoglianze per i vostri colleghi che sono caduti siano dalla parte che siano. Il vostro lavoro è per il bene comune e sono caduti al servizio del bene comune. Non dimentichiamoli. Sono stato coraggiosi e io prego per loro perché il Signore dia loro il premio per il lavoro».

Cosa direbbe a Putin?

«Il messaggio che ho dato a tutte le autorità, quello che dico pubblicamente. Non ho un doppio linguaggio, è sempre lo stesso. Guerre giuste o ingiuste? Ogni guerra nasce da una ingiustizia, sempre. Perché così è lo schema di guerra, mentre non c’è quello di pace. Per esempio: fai l’investimento per comprare le armi, ‘ne abbiamo bisogni per difenderci’, e questo è lo schema di guerra. Finita la seconda guerra mondiale si diceva ‘mai più’, anche pensando a Hiroshima, è cominciata la volontà di lavorare assieme per la pace, l’Onu. Sono passati quasi 80 anni e l’abbiamo dimenticato. Lo schema della guerra si impone, si è imposto un’altra volta. E noi non possiamo pensare un altro schema, perché non siamo abituati a pensare nello schema della pace. Ci sono stati dei grandi che hanno pensato nello schema della pace. Ma noi siamo testardi, eh? Siamo innamorati delle guerre. Lo spirito di Caino. Non a caso all’inizio della Bibbia c’è questo problema. Lo spirito di Caino, lo spirito cainista di uccidere, invece dello spirito di pace. Quando sono andato nel 2014 a Redipuglia e ho visto i nomi, ho pianto con amarezza. Uno o due anni dopo, era il giorno dei defunti, sono andato a pregare ad Anzio. Ho visto i ragazzi caduti, c’erano i nomi. Tutti giovani, e anche lì ho pianto. Bisogna piangere sulle tombe. Quando c’è stata la commemorazione dello sbarco in Normandia, i capi di governo di sono riuniti per commemorare, ma non ricordo che qualcuno abbia parlato dei 30mila soldati giovani che sono rimasti sulle spiagge. Si aprivano le barche, uscivano ed erano mitragliati. La gioventù non importa. Questo mi fa pensare, mi fa dolore. Non impariamo. Il Signore abbia pietà di noi, di tutti noi. Siamo tutti colpevoli».

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