Palazzo di Londra, il funzionario Tirabassi racconta come e perché fu scartato l'affare del petrolio in Angola con l'Eni

Per quasi cinque ore Fabrizio Tirabassi si è sottoposto ad un interrogatorio serrato, spiegando con precisione e grande calma alcuni dei passaggi chiave relativi alla vicenda speculativa

Palazzo di Londra, il funzionario Tirabassi racconta come e perché fu scartato l'affare del petrolio in Angola con l'Eni
di Franca Giansoldati
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Venerdì 20 Maggio 2022, 18:34

Città del Vaticano – Chi valutava sugli investimenti, chi si era fatto consegnare le password di accesso ai computer dell'ufficio, chi portava avanti progetti legati ad allocazione dei fondi vaticani, chi teneva i rapporti con i 'superiori' era sempre e solo monsignor Alberto Perlasca, il capo della sezione degli investimenti, oggi grande accusatore del cardinale Angelo Becciu e degli altri nove imputati al processo vaticano per la compravendita del palazzo di Londra. Per quasi cinque ore Fabrizio Tirabassi si è sottoposto ad un interrogatorio serrato, spiegando con precisione e grande calma alcuni dei passaggi chiave relativi alla vicenda speculativa che ha fatto partire le indagini, due anni fa, portando a processo dieci persone tra finanzieri, sacerdoti, l'ex sostituto alla Segreteria di Stato Becciu e la esperta di intelligence Cecilia Marogna per truffa, appropriazione indebita, peculato.

LE OPERAZIONI 

Il funzionario che fino all'anno scorso era il numero due dell'ufficio amministrativo, ha risposto alle domande del Promotore di Giustizia, fornendo spiegazioni e delucidazioni tecniche sulle operazioni finanziarie fatte, sui documenti mostrati, sulle minute firmate, spiegando quale fossero i passaggi burocratici vaticani, secondo uno schema di lavoro consolidato e assai verticistico.

Per lo studio di fattibilità (due diligence) di un investimento petrolifero in Angola, proposto al cardinale Becciu, da un imprenditore che egli conosceva dai tempi di quando era nunzio in Angola, Antonio Mosquito «furono anticipati 500mila dollari», metà versati dallo stesso Mosquito e metà dalla Segreteria di Stato. Da quella verifica - effettuata da Raffaele Mincione - presentato in Vaticano dal finanziere Crasso - emerse però che l'investimento (che avrebbe coinvolto l'Eni titolare del pozzo) non era conveniente e quindi il progetto fu scartato. Raffaele Mincione (anche lui imputato) fece così sapere a monsignor Perlasca che «non c'erano sufficienti garanzie» per l'affare. Successivamente Mincione propose l'acquisto del palazzo di Londra.

Tirabassi  è tornato diverse volte sul progetto denominato 'Falcon Oil'. Se ne cominciò a parlare tra la fine del 2012 e l'inizio del 2013. Per prassi il progetto fu sottoposto all'attenzione anche dell'allora segretario di Stato Tarcisio Bertone, che invito' a «valutare la questione nella sua interezza» attraverso una due diligence. Per esplorare la fattibilita' furono sentiti i consulenti dell'Eni, dal momento che la compagnia petrolifera italiana era la proprietaria della piattaforma che doveva procedere alle estrazioni nel giacimento individuato, e avrebbe dovuto mettere a disposizione le sue tecnologie. In compartecipazione ci sarebbe stata anche la Sonagol, societa' petrolifera angolana. In sostanza, alla Santa Sede si proponeva di acquisire il 5 per centro della societa' che si doveva occupare delle estrazioni. E' in questa fase che, come advisor per l'investimento entra in gioco il finanziere Raffaele Mincione, poi coinvolto nell'acquisto del palazzo di Sloane Avenue 60 a Londra. 

A proporre il suo nome, come gestore patrimoniale con esperienze nel settore estrattivo, fu la banca Credit Suisse sede di Londra, cui si era rivolto uno storico consulente del vaticano Enrico Crasso (imputato). A Mincione venne dato dapprima, a fine 2013, un incarico esplorativo a livello verbale, poi diventato un mandato scritto per uno studio di fattibilità. Per le spese necessarie furono anticipati 500 mila dollari, di cui meta' chiesti a Mosquito. L'investimento complessivo, comunque, si sarebbe dovuto aggirare sui 250 milioni di euro. Nel rendiconto finale, a distanza di oltre un anno, Mincione spiego' pero' che non si poteva proseguire non essendoci sufficienti garanzie. Erano state fatte anche proiezione a vent'anni sui potenziali rendimenti, e l'affare non dava neanche sicurezze sul piano economico. Tirabassi ha spiegato che in Vaticano l'affare non convinceva anche perchè vi erano implicazioni di carattere geopolitico e fu deciso di non esporre il Vaticano.

Monsignor Perlasca però «intendeva proseguire e si mise in cerca di un altro istituto». «Ma c'erano anche problemi di carattere mediatico?», ha chiesto Diddi. «C'erano vari problemi - ha risposto Tirabassi -, oltre all'investimento a rischio ce n'erano di carattere ambientale e anche reputazionale, essendo in quella zona l'estrazione di petroli dannosa per l'ambiente». Tra l'altro, «era in quel periodo che il Papa stava preparando l'Enciclica sull'ambiente, e io, come semplice addetto dell'Ufficio, mi meravigliavo che si andasse avanti su questo progetto, ma non era mio compito sindacare su quello che dicevano i superiori». A suo parere si trattava di un aspetto difficile da sostenere. A mettere la parola fine fu il nuovo segretario di Stato Pietro Parolin per «la mancanza di sicurezze sul piano economico e l'insufficienza delle garanzie collaterali». Se, invece, ci fossero state garanzie - ha osservato Tirabassi - il progetto sarebbe stato portato alla firma del Santo Padre. Tra le altre cose, con l'autorizzazione di Becciu erano state anche poste le basi per il "veicolo" finanziario dell'investimento, cioe' un nuovo fondo in Lussemburgo, l'Athena Commodities Fund, proposto da Mincione: che poi, tramontato l'affare in Angola, divenne l'Athena Capital Fund sempre di Mincione, attraverso cui la Santa Sede acquisi' il palazzo londinese di Sloane Avenue.

Secondo i legali di Tirabassi non c'e' alcun reato dietro la vicenda di Sloane Square e «non c'e' del marcio in segreteria di Stato: l'unico mistero di questa storia e perche' qualcuno ha voluto si celebrasse un processo in una vicenda che i vertici della Santa Sede volevano chiudere con un accordo».

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