Notre Dame come San Galgano, la profezia sul futuro della Chiesa

Sabato 2 Novembre 2019 di Franca Giansoldati
L'abbazia di San Galgano

Città del Vaticano  -  In fondo la basilica di Notre Dame devastata dal fuoco è simile a quella di San Galgano, la spettrale e misteriosa chiesa diroccata che in Toscana attira tanti turisti. E' senza tetto con l'erba che vi cresce dentro, con i nidi degli uccelli e delle volpi ma ancora circoscritta, quasi protetta da secolari mura e antiche vestigia che rimandano a potenze e fasti superati.

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In un percorso simbolico si scorge il futuro della Chiesa, partendo proprio da un angolatura filologica, fino ad arrivare ai tempi attuali, segnati da una compiuta secolarizzazione.

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Secondo il filologo Carlo Ossola la forma del credere (e il suo sviluppo) sono racchiusi anche nella traccia storica e incarnata, conservata nelle forme d'arte, nei testi, nelle poesie, nei dipinti. Per questo il paragone tra Notre Dame e San Galgano a suo giudizio è calzante. E' un po' come l'angelo nel dipinto celeberrimo di Rembrandt, che lascia Tobia e la sua famiglia, dando ai presenti le spalle. Vola via facendo capire che nessun vivente può più contemplare il volto divino. Come e volesse dire che al credente non è dato vedere né dimostrare e che nessuno potrà mettere più le dita nel costato.

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Il fatto è che in futuro il credere in Dio sembra destinato a poggiare solo su una coscienza più semplice, «per quanto l'uomo si affatichi, scavi cunicoli e gallerie, scruti i fondali e le cime, può solo schivare il male e cercare il bene». Ossola in un libro intitolato Dopo la Gloria (edizioni Treccani, 142 pagine, 10 euro) rileva così che nel catastrofico incendio di Notre Dame, avvenuto nell'aprile di quest'anno, vi sia un segno macroscopico che marca un territorio simbolico.

«Nel tempo in cui i simboli della potenza mondana creano opere di mole immensa, sovrastati e soggioganti, un cristianesimo fedele alle sue radici dovrebbe trarre da questa prova i segni di avvenire che porge». Da qui il ricordo di San Galgano, una cattedrale sventrata dove, per usare le parole di Matteo, «le volpi hanno le loro tane e gli uccelli il nido, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo». 

Il libro di Ossola percorre le stazioni, secolo per secolo, di questo difficile viaggio, sino all'incendio di Parigi. «Spero dunque che la messa a Notre Dame venga celebrata ora e negli anni a venire, sul sagrato o, appena agibili, tra le alti e fragili pareti che hanno rinunciato a serrare il cielo» annota Ossola, uno dei massimi filologi italiani e professore di letterature moderne dell’Europa neolatina al Collège de France.

«Poichè oggi è più urgente ricostruire la speranza, che non ha bisogno di mura, ma di varcarle, le nostre mura di sicurezza, di egoismo e di pigrizia. Ite missa est».

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