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Da Mina ad Astor Piazzolla fino a Carlo Buti, i gusti musicali di Papa Bergoglio

Venerdì 20 Marzo 2020 di Franca Giansoldati

Città del Vaticano – La grande Mina, la milonga, Astor Piazzolla, Puccini fino a Carlo Buti, cantante oggi sconosciuto ai più ma ai tempi del fascismo una star per avere interpretato Faccetta Nera. La musica per Jorge Mario Bergoglio è sempre stata un elemento famigliare. A casa, da piccolo, si ascoltavano le grandi opere liriche ma anche i successi del momento. In diverse circostanze il Papa ha dimostrato di avere una buona conoscenza e una buona memoria in fatto musicale. Stamattina, per esempio, alla messa di Santa Marta, ha ricordato che quando era un ragazzino cantava una canzone intitolata Torna Piccina Mia. «Torna piccina mia, Torna dal tuo papà, Egli t'aspetta sempre con ansietà. Pubblicità. Fra le sue braccia, amore, Egli ti stringerà, La ninna nanna ancora ti canterà». La cantava Carlo Buti un cantante (Firenze, 14 novembre 1902 – Montelupo Fiorentino, 16 novembre 1963) molto in voga durante il fascismo per la sua interpretazione di Faccetta Nera. 

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In una altra circostanza, sempre durante una predica mattutina, per criticare la propensione di certi preti a tenere delle prediche lunghe, citò Mina. E per rendere bene l’idea di quanta sia a volte la verbosità di certi cattolici, il Papa si rifece a una delle più famose canzoni di Mina, “Parole parole parole”. Un disco uscito nel 1972.

A questo si è aggiunta la sua passione per il tango, la milonga, un genere musicale che lo ha accompagnato nella sua adolescenza. Per i suoi 78 anni migliaia di ballerini di tango gli hanno riservato la sorpresa in San Pietro per una “milonga” da record. «Il tango mi piace tantissimo, è qualcosa che mi viene da dentro», aveva confidato una volta Francesco. Da piccolo aveva anche preso lezioni di pianoforte. E lui stesso ha raccontato che in casa c’era l’abitudine ogni sabato di ascoltare un’opera lirica.

«Con la mamma al sabato ascoltavamo le opere che trasmettevano alla Radio del Estado. Ci faceva sedere accanto all’apparecchio e prima che cominciasse ci narrava la trama. Quando stava per iniziare qualche aria importante, ci avvertiva: “State attenti: questa canzone è molto bella”. Passare il sabato con la mamma e i miei fratelli, godendo dell’arte, era una cosa meravigliosa», aveva raccontato lui stesso a Francesca Ambrogetti e Sergio Rubin nel libro Papa Francesco.

In un'altra intervista, stavolta a padre Spadaro, il direttore della Civiltà Cattolica e suo spin doctor sulla comunicazione, aveva manifestato amore per la musica lirica. Ad un tratto ricordò il primo indovinello della Turandot (la speranza). Il papa ricordava bene che nel libretto dell’opera si parlava della speranza come di «un fantasma iridescente» che «sparisce con l’aurora per rinascere nel cuore». Invece «la speranza cristiana non è un fantasma e non inganna. È una virtù teologale e dunque, in definitiva, un regalo di Dio che non si può ridurre all’ottimismo che è solamente umano»

E nella biografia di Elisabetta Piqué si legge: «Francesco Adora l’orchestra di Juan D’Arienzo e non smette mai di ascoltare Carlos Gardel, Julio Sosa, Ada Falcón (che si farà monaca), Azucena Maizani (a cui diede l’estrema unzione). Ma era anche aperto ad esperienze più avanguardiste: seguiva Astor Piazzolla e Amelia Baltar». Del resto era stato lui ad avvertire: «Fateci caso… una persona invidiosa, una persona gelosa, non sa cantare, non sa lodare».

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