CORONAVIRUS

Covid, Papa Francesco e la preghiera per il dopo-pandemia: le priorità nel saggio di un gesuita

Venerdì 3 Aprile 2020 di Franca Giansoldati
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Città del Vaticano – Uno dei principali nodi da sciogliere per il futuro comune – a livello nazionale, internazionale, comunitario – è la definizione di un progetto strategico per il ritorno alla normalità, una volta che il virus ha smesso di correre e seminare morte. Papa Francesco ha dedicato la sua messa del mattino proprio ai piani (che purtroppo ancora mancano) dei governi impegnati a far decollare nuovamente la vita delle persone, affrontare la disoccupazione che sarà dilagante, la povertà, l'insicurezza.

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La preghiera è andata a tutti coloro che stanno accelerando piani di aiuto. «C’è gente che da adesso incomincia a pensare al dopo: al dopo pandemia. A tutti i problemi che arriveranno: problemi di povertà, di lavoro, di fame … Preghiamo per tutta la gente che aiuta oggi, ma pensa anche al domani, per aiutare tutti noi».

Parole importanti: ripensare i piani di ripresa non sarà facile considerando che devono essere prima definiti criteri, priorità e obiettivi comuni. Attualmente mezzo mondo è confinato e quasi 4 miliardi di persone sono a casa senza sapere quando si potrà nuovamente circolare, riprendere le attività produttive, le scuole, il lavoro. L'Europa ha abbozzato un piano per far fronte alla disoccupazione, con un meccanismo che dovrebbe prevedere la raccolta a livello comunitario di 100 miliardi di euro attraverso l'emissione di obbligazioni garantite attraverso i contributi degli stati membri. I 100 miliardi verrebbero usati per prestiti per i paesi più in difficoltà, tra cui l'Italia e la Spagna. E' già un passo avanti, ma i criteri su come progettare il futuro sono ben altri: per esempio che tipo di sanità portare avanti?

Proprio ieri è stato anticipato il saggio di un gesuita, padre Gael Giraud che sulla Civiltà Cattolica immagina quanto in futuro sarà redditizio prevenire eventi come una pandemia, attraverso un sistema sanitario forte. In realtà, secondo il gesuita, «nessun sistema economico può sopravvivere senza sanità pubblica forte e adeguata». Altrimenti i lavoratori, anche quelli più in basso alla scala sociale, prima o poi infetteranno i loro vicini, i loro capi e gli stessi ministri. «Uno dei criteri da analizzare è se mantenere la finzione antropologica dell'individualismo implicita nell'economia neo liberista e nelle politiche di smantellamento del servizio pubblico che la accompagnano da 40 anni. L'esternalità negativa indotta dal virus sfida radicalmente l'idea di un sistema complesso modellato sul volontarismo degli imprenditori atomizzati. La salute di tutti dipende dalla salute di ciascuno». 

Siccome le organizzazioni internazionali continuano ad avvertire che questa pandemia non sarà l'ultima e che ci saranno altri coronavirus, ecco che le scelte strategiche per il futuro si stagliano già nitide all'orizzonte. 

«In pratica la pandemia sta costringendo a capire che non esiste un capitalismo davvero praticabile senza un forte sistema di servizi pubblici e induce a ripensare completamente il modo in cui produciamo e consumiamo» scrive il gesuita. 

«A breve dovremo nazionalizzare le imprese non sosteniili e forse alcune banche. Ma molto presto dovremo imparare la lezione di questa dolorosa primavera, riconvertire la produzione, regolare i mercati finanziari, ripensare gli standard contabili al fine di migliorare la resilienza dei nostri sistemi di produzione, fissare una tassa sul carbonio e sulla salute, lanciare un piano di risanamento per la reindustrializzazione ecologica e la conversione massiccia alle energie rinnovabili».

Di fatto il Covid-19 impone anche a trasformare le relazioni sociali e considerare davvero che siamo tutti interconnessi e non c'è nessun esempio come questa pandemia che ce lo sta indicando. 

 

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