Abusi nella chiesa, Cei frena sulle commissioni d'inchiesta ma le vittime si organizzano: on-line il primo database dei pedofili italiani

Abusi nella chiesa, Cei frena sulle commissioni d'inchiesta ma le vittime si organizzano: on-line il primo database dei pedofili italiani
di Franca Giansoldati
5 Minuti di Lettura
Domenica 13 Febbraio 2022, 12:37 - Ultimo aggiornamento: 16:35

Città del Vaticano – Mentre la Cei continua a rimandare (da anni) una analisi (anche storica) del fenomeno della pedofilia su tutto il territorio nazionale, frenando ogni possibile ricerca all'interno dei propri archivi diocesani, un gruppo di associazioni si sta muovendo per mappare la piaga degli abusi, raccogliendo, catalogando, classificando tutto il materiale finora disponibile proveniente dalle procure e dagli archivi dei mass media. Un lavoro incrociato immenso che ha dato vita al primo database realizzato dal settimanale Left in collaborazione con Rete L'Abuso.

Ratzinger sugli abusi: «Non sono un bugiardo ma chiedo perdono, abbiamo tutti dormito»

L'archivio sarà messo on line venerdì 18 febbraio su https://chiesaepedofilia.left.it/ mostrando - per ora - i primi 50 casi censiti e accertati, con più di 140 vittime. Man mano che la mole enorme di carte verrà lavorata il sito sarà aggiornato in tempo reale. Al momento sono oltre 300 le vicende già sottoposte a verifica e in via di pubblicazione.

Nel database figurerà il nome del sacerdote (laddove è stato reso noto) specificando se è stato condannato o è ancora sotto inchiesta, il tipo di reato contestato, il numero conosciuto delle vittime, l'anno in cui è stato compiuto il reato contestato, la data in cui il caso è divenuto noto, la diocesi di appartenenza. A questo aspetto viene collegata anche l'eventuale sanzione canonica subita dall'ecclesiastico (sanzione che non sempre è stata fatta dalla Chiesa).
 
Un numeratore terrà aggiornato il conteggio degli ecclesiastici coinvolti e delle loro vittime, mentre una parte del sito sarà dedicata all'archiviazione delle fonti giornalistiche e dei documenti che certificano la denuncia, l'inchiesta, l'eventuale iter processuale e l'eventuale condanna in via definitiva del reo. La prima mappatura del genere è stata fatta da Francesco Zanardi nel 2010, una ex vittima di un prete pedofilo di Savona. Da vittima  ripete che «la violenza di un adulto su un bambino è definita da psichiatri e psicoterapeuti un omicidio psichico».

Contrariamente a quanto fatto da altre nazioni europee – per esempio la Francia – in Italia sia la Chiesa che le istituzioni laiche (Governo, Parlamento) finora non hanno mai voluto realizzare un'inchiesta strutturata su scala nazionale per far luce su un fenomeno purtroppo diffuso in tutta la Penisola. 
 
Intanto il 15 febbraio si terrà un evento on line intitolato Oltre il Grande Silenzio al quale prenderanno parte diverse associazioni cattoliche: Adista, Comitato Vittime e Famiglie, Voices of Faith, Noi siamo chiesa, Comité de la Jupe, Donne per la Chiesa, Osservatorio interreligioso sulle violenze contro le donne. Il giorno della presentazione è previsto anche l’intervento di alcuni sopravvissuti e testimoni.

L’idea di una Commissione indipendente all'interno della Cei è sostenuta solo da una minoranza di vescovi. Secondo Zanardi la soluzione del problema degli abusi nella Chiesa non po' che arrivare dall'esterno. «Purtroppo la Chiesa in questi anni ha dimostrato – anche davanti a casi eclatanti - di voler insabbiare. In Italia, inoltre, la denuncia di un prete pedofilo può avvenire solo su querela di parte a differenza di quanto accade in Francia, Spagna, Germania. In Italia la denuncia la può fare solo la vittima o il genitore se la vittima è minorenne. Sarebbe importante che il legislatore dia la possibilità di denunciare a tutti cittadini, dal parroco, al catechista a chiunque abbia dei sospetti. Basterebbe questo per determinare una svolta. Inoltre occorrerebbe abolire la prescrizione».

Nella sua esperienza, racconta Zanardi, «mi capita di vedere persone anche molto in là con gli anni che vorrebbero denunciare una violenza. Il tempo di maturazione di questo tipo di reato è molto lungo, richiede di solito un’elaborazione lunghissima. Solo dopo molto ci si accorge che altri problemi, come l’alcolismo o la tossicodipendenza, sono stati provocati da quell’episodio lontano nel tempo». 

Intanto una lettera inedita sta sollevando un polverone anche in Vaticano. Nei giorni scorsi il Domani e Piazza Pulita di Corrado Formigli hanno diffuso il contenuto di una missiva riservatissima, datata febbraio 2015, nella quale l'attuale prefetto della Congregazione della Fede, il cardinale Luis Ladaria, gesuita e grande alleato di Papa Francesco, ha inviato al cardinale Philippe Barbarin, allora vescovo di Lione, il quale chiedeva al Vaticano come comportarsi con don Bernard Preynat, sul cui conto erano arrivate in diocesi diverse denunce per pedofilia (e successivamente condannato). «Questa Congregazione, dopo aver accuratamente studiato il caso di Preynat, ha deciso di affidarvi il compito di prendere gli adeguati provvedimenti disciplinari, evitando scandali pubblici».

Ladaria suggeriva di gestire il brutto caso facendo poco clamore, sottolineando implicitamente che l'attenzione andava posta alla buona fama della istituzione cattolica. Insomma, un problema reputazionale per una Chiesa sempre più bersagliata dalla stampa. La linea che i panni sporchi si lavano in casa non si discosta tanto da quello che è sempre accaduto e che Papa Ratzinger ha sottolineato drammaticamente nella sua lettera-testamento confessando che davanti agli abusi e al grido delle vittime i cattolici (tutti) hanno dormito. Proprio come hanno fatto anche i discepoli quando Cristo era nell'Orto degli Ulivi.

© RIPRODUZIONE RISERVATA