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Il mea culpa del Papa non basta, vedrà i leader indigeni canadesi, monta l'ira per i bambini uccisi

Il mea culpa del Papa non basta, vedrà i leader indigeni canadesi, monta l'ira per i bambini uccisi
di Franca Giansoldati
4 Minuti di Lettura
Domenica 13 Giugno 2021, 15:28

Città del Vaticano – Non è bastato il generico mea culpa del Papa pronunciato all'Angelus domenica scorsa per fermare l'indignazione generale che in Canada sta montando a dismisura nei confronti della Chiesa cattolica per non avere fermato in tanti anni quelle istituzioni educative - gestite da religiosi - che nell'arco di decenni hanno discriminato e perseguitato i bambini indigeni, Inuit e Metis, togliendoli in modo forzato ai loro genitori.

Il caso è esploso clamorosamente dopo che è stata ritrovata una fossa comune in un collegio contenente i resti di 215 bambini indigeni morti per diverse cause a seguito della segregazione razziale e della separazione forzata che i governi canadesi hanno portato avanti attraverso l'Indian Act, il sistema delle riserve indiane, delle scuole residenziali e di altri programmi tesi alla assimilazione culturale forzata degli indigeni. Un programma di fatto avallato anche dalla Chiesa.

In questi giorni tutto il territorio nazionale è squassato dalla richiesta degli indigeni – soprattutto quelli situati nella regione dello Saskatchewan - che hanno lanciato un appello nazionale rivolto ai fedeli cattolici affinché inizino a boicottare le messe domenicali. Per dimostrare solidarietà hanno di fatto chiesto di sabotare i servizi religiosi.

Nel frattempo, proprio per ricomporre una frattura che si allarga sempre di più i vescovi canadesi hanno diffuso un comunicato con il quale annunciano che, covid permettendo, organizzeranno una udienza speciale in Vaticano, dal Papa, ad alcuni leader indigeni. «Con il forte incoraggiamento di Papa Francesco, i vescovi del Canada hanno promesso un impegno vero e profondo per rinnovare e rafforzare le relazioni con i popoli indigeni in tutta la terra» si legge nel comunicato. La visita, ha sottolineato la conferenza episcopale, servirà a prendere le distanze da un passato coloniale che è diventato una vergogna per tutti, lasciando una ferita aperta. 

Quattro anni fa, durante l'incontro in Vaticano con Papa Francesco,  il premier Justin Trudeau aveva sondato il terreno per una richiesta di scuse, rivolgendo un esplicito invito al pontefice. La risposta di Papa Francesco alla richiesta inizialmente era stata negativa: il vescovo Lionel Gendron, aveva pubblicato una lettera aperta, concordata direttamente con il pontefice. «Dopo avere attentamente considerato la richiesta, il Papa sente che non potrebbe personalmente rispondere, anche se incoraggia i vescovi canadesi a fare di tutto per sanare le ferite del passato, a incontrare le vittime, a porsi in ascolto, ad aiutare a superare i traumi».

Lo choc di questi giorni, dopo la scoperta della fossa comune, contenente i poveri resti di centinaia di bambini maltrattati o morti per mancanza di cure, deve aver fatto cambiare idea al pontefice.

La situazione degli indiani nativi, Inuit e Meticci era anche stata al centro di una commissione governativa che aveva calcolato che almeno 150 mila bambini indigeni erano stati oggetto di sradicamento culturale e violenze psicologiche. Molti di loro anche di violenze sessuali.

La questione si trascina sottotraccia da parecchio. Quindici anni fa il governo canadese per la prima volta ammise che gli abusi fisici e sessuali erano stati compiuti in 132 scuole (statati e cattoliche) a partire dall'inizio del XIX secolo, quando vennero rinchiusi centinaia di migliaia di indigeni, per lo più bambini rapiti alle loro famiglie.  Le scuole residenziali sono state chiuse a partire dal 1969, ma l'ultima solo nel 1996. Alcuni studiosi parlano di un vero e proprio «olocausto canadese» nascosto dalla storia e per anni negato. 

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