Pressing delle Chiese su Biden, gli Usa pronti a riconoscere il genocidio armeno

Le marce senza ritorno nei deserti anatolici degli armeni in una delle rarissime immagini
di Franca GIansoldati
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Venerdì 23 Aprile 2021, 12:16 - Ultimo aggiornamento: 15:24

Città del Vaticano - L’annuncio ufficiale degli Stati Uniti – importantissimo - sarà dato domani, sabato 24 aprile, giorno in cui si commemora il 106esimo anniversario dell'inizio del genocidio del popolo armeno costato la vita a un milione e mezzo di cristiani sterminati con un piano studiato a tavolino sotto il governo ottomano dal 1915 al 1917. Gli Stati Uniti – per decisione del presidente Joe Biden – dopo la decisione del Congresso degli anni scorsi, si uniscono così ai 29 Paesi che nel mondo già riconoscono il genocidio armeno. In Italia, nel 2019, la Camera dei deputati ha approvato una mozione di riconoscimento e nel 2015, Papa Francesco, riferendosi agli avvenimenti di quel periodo, ne ha parlato in modo esplicito, inequivocabile.

Papa Francesco ha potuto farlo anche grazie all'immenso archivio contenuto in Vaticano con decine e decine di migliaia di documenti: nella Santa Sede sono conservati i resoconti di testimoni dell'epoca. Le lettere dei vescovi (alcuni come Maloyan che furono trucidati), le centinaia missive di missionari disseminati nel territorio ottomano, i rapporti del nunzio a Costantinopoli, monsignor Dolci, la corrispondenza diplomatica con gli ambasciatori accreditati, le lettere di appello inviate al Sultano da Papa Benedetto XV, le richieste che arrivavano in modo rocambolesco a Roma dai sopravvissuti, negli anni successivi alla fine della prima guerra mondiale. Papa Francesco nel 2015 non solo ha condannato il genocidio armeno ma successivamente ha intrapreso un viaggio storico in Armenia, sulle orme del suo predecessore San Giovanni Paolo II. 

La decisione degli Stati Uniti ha ovviamente una valenza storica di portata mondiale anche perchè la diaspora armena conta negli States una comunità influente, numerosa e ricca. In questi giorni le indiscrezioni del presidente Biden sono circolate sia sul New York Times che sul Washington Post a riprova che stavolta, finalmente, sono giunti a maturazione i processi per il riconoscimento di un capitolo storico ancora avvolto dal negazionismo. 

Il governo di Ankara, per primo, continua a negare il piano di sterminio sostenendo che in quel periodo morirono solo circa 500 mila armeni ma a causa delle condizioni della guerra e non per un piano studiato a tavolino dal governo ottomano di allora formato dai tre ministri potentissimi Enver, Pasha e Talat. A contribuire alla svolta probabilmente è stata anche la pubblicazione fondamentale da parte di un prestigioso e autorevole accademico turco (che ora insegna negli Usa), Taner Akcam dei telegrammi inviati da Talat Pasha nel 1915 alle autorità locali per far partire le deportazioni di massa, gli stupri, le uccisioni (persino dei bambini). 

Sulla questione del genocidio armeno era intervenuto nei giorni scorsi anche il Consiglio mondiale delle Chiese (Wcc) che ha inviato una Lettera al presidente Biden per chiedere un atto formale di riconoscimento. «E’ una questione di principio fondamentale, un passo essenziale verso la guarigione e la riconciliazione e, cosa più importante, una misura vitale per la prevenzione del genocidio oggi e in futuro», hanno scritto le Chiese. «Signor Presidente, come certamente saprà, il genocidio armeno non è un’accusa, un’interpretazione, un’opinione personale o un punto di vista, quanto piuttosto un fatto documentato, supportato da un insieme schiacciante di prove storiche».

Mancano però all’appello ancora tanti Paesi perchè - nonostante le evidenze storiche - quello del genocidio armeno non è ancora un fatto universalmente riconosciuto. Il caso più dibattuto riguarda lo stato di Israele nonostante il tema sia stato discusso diverse volte dalla Knesset e nonostante ci siano stati importanti attestazioni alla causa da parte di intellettuali e da parte anche della comunità ebraica. Durante la guerra in Nagorno-Karabakh, tra Israele e Armenia c’è poi stata una grave crisi diplomatica: l’Armenia ha ritirato il suo ambasciatore perché Israele aveva fornito armamenti all’Azerbaigian. A questa crisi si aggiunge anche un discorso di memoria storica fortemente dibattuto in seno ad Israele sulla questione di genocidio e sulla unicità della Shoah.

A Roma, domenica 25 aprile alle ore 18.30, i martiri armeni verranno ricordati in una preghiera ecumenica dall’arcivescovo Khajag Barsamian, Rappresentante della Chiesa Apostolica Armena presso la Santa Sede, e dal Cardinale Kurt Koch, Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, nella Basilica di San Bartolomeo all’Isola Tiberina. Una messa, invece, verrà celebrata domani, alle ore 11, nella chiesa di san Nicola da Tolentino dal cardinale Sandri.

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