Pignatone interroga Becciu, «mai distratto un euro», e ora il Papa dovrà sciogliere il segreto pontificio

Pignatone interroga Becciu, «mai distratto un euro», e ora il Papa dovrà sciogliere il segreto pontificio
di Franca Giansoldati
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Giovedì 17 Marzo 2022, 15:06 - Ultimo aggiornamento: 19:56

Città del Vaticano – Il nodo da sciogliere è enorme. Papa Francesco, per il tramite della Segreteria di Stato, dovrà decidere a breve se togliere o meno il segreto pontificio (al quale è tenuto il cardinale Angelo Becciu, imputato al processo per il palazzo di Londra) dandogli così modo di difendersi apertamente in tribunale sulla  oscura vicenda legata a Cecilia Marogna, l'esperta di relazioni internazionali che fu incaricata dalla Segreteria di Stato a fare da tramite per il pagamento dei riscatti dei missionari rapiti in Africa. Si tratta del punto più delicato e contorto di tutta la vicenda giudiziaria, che tira in ballo anche i vertici dei servizi segreti. 

Il processo, come si sa, è iniziato dal disgraziato acquisto del palazzo londinese che sarebbe costato alle casse vaticane, tra una compravendita e l'altra su spinta di faccendieri e finanzieri, almeno  200 milioni.

Stamattina, per la prima volta, il cardinale Becciu ha potuto parlare in aula. E' apparso sereno e determinato. «Vi confesso che non mi è facile prendere la parola e difendere la mia onorabilità in questa Sede. Sono stato preceduto da un massacro mediatico senza precedenti. Presentato come il peggiore dei cardinali. Una campagna violenta e volgare. Accuse di ogni genere con un’eco mondiale. Sono stato descritto come un uomo corrotto. Avido di soldi. Sleale verso il Papa. Preoccupato soltanto del benessere dei miei familiari. Hanno insinuato infamie sull’integrità della mia vita sacerdotale, aver finanziato testimoni in un processo contro un confratello, essere addirittura proprietario di pozzi di petrolio o di paradisi fiscali. Accuse assurde. Incredibili. Grottesche. Mostruose. Viene da chiedersi chi tutto questo ha voluto e a quale scopo».

La decima udienza che vede imputate dieci persone tra finanzieri, funzionari vaticani e religiosi è iniziata alle ore 9.45. Il cardinale ha fatto ingresso da solo, indossava cappotto, cappello e la croce pettorale. Ha preso posto tra le prime file, accanto ai suoi avvocati, pronto a rendere la sua testimonianza («Finalmente posso prendere la parola e difendermi»). Il presidente del Tribunale, Giuseppe Pignatone comunicava intanto ai presenti che il Promotore di Giustizia, Alessandro Diddi non sarebbe stato in grado di interrogarlo, rimandando tutto al 6 di aprile. A causa del covid tutto lo staff dell'accusa è assente da oltre una settimana e Diddi non ha potuto prepararsi per via del troppo lavoro accumulato. «Così oggi ci saranno solo le spontanee dichiarazioni di sua eminenza» ha informato Pignatone. Il cardinale – il primo porporato ad essere interrogato in Vaticano – nel frattempo consentiva le riprese televisive. 

«Mi hanno ferito e colpito nel mio essere sacerdotale e nei miei affetti familiari. Ma non mi hanno piegato. No, Signor Presidente, Signori Giudici: sono qui a testa alta. Con la coscienza pulita (...) Dichiaro la mia disponibilità totale a cercare e a dire con voi la verità. Non ho paura di essa. Desidero anzi che al più presto la verità sia proclamata (…) non ho mai voluto che un euro, anzi un centesimo di cui ho avuto gestione o anche solo conoscenza, venisse distratto, mal utilizzato o destinato a fini che non fossero esclusivamente istituzionali. Ho sempre agito per il bene della Sede Apostolica e della Chiesa tutta». La voce a tratti ha fatto trasparire sofferenza, ma per tutta la durata della lunghissima udienza non è mai apparso nervoso. 

Pignatone è subito andato dritto al sodo e ha posto tre domande che, ha messo in evidenza, non avevano a che fare con la vicenda legata alla Spes, la cooperativa della Caritas di Ozieri, in Sardegna, alla quale il cardinale aveva fatto inviare 125 mila euro dai fondi dell'Obolo di San Pietro. Da qui il reato di peculato. 

La prima domanda, però, ha riguardato il segreto pontificio («nella istruttoria, nella vicenda di Cecilia Marogna, lei non ha risposto invocando il segreto pontificio. Molte cose sono successe nel frattempo, tante cose sono state pubblicate dai giornali. Le chiedo se in questa sede ripropone l'opposizione del segreto pontificio o ritiene di poter rispondere?» Il cardinale Becciu ha risposto che intendeva confermare il segreto pontificio «tuttavia sono disposto – ha aggiunto – ad accettare quello che verrà disposto dalla autorità». Per autorità, in questo caso, a tutti era chiaro che si faceca riferimento al pontefice. 

La seconda domanda ha riguardato un bonifico arrivato al conto corrente della Caritas di Ozieri, per la cooperativa Spes. «C'è un primo contributo di 100 mila euro, del 2013, che arriva da un suo conto corrente personale. Questo versamento era un prestito o un versamento a fondo perduto?»

Il cardinale Becciu ha spiegato che in quel periodo era rimasto colpito dal progetto umanitario legato alla cooperativa, dove lavorano 16 immigrati e persone socialmente molto fragili. «Dissi loro che facevo un prestito alla Spes. La metà me lo hanno restituito, l'altra metà, invece, ho successivamente deciso di donarlo loro». Pignatone ha ripreso il discorso incalzando: «I soldi provenienti dalla segreteria di Stato erano 100 mila euro e poi ce ne sono stati altri 25 mila euro. Tutti versati con una dicitura particolare: presso la cooperativa Spes. L'accusa afferma che questa dicitura è avvenuta in sprezzo del diritto canonico : rispetto a queste irregolarità formali che possono anche assumere valore sostanziale, lei ne era a conoscenza?». 

La risposta di Becciu è stata la seguente: «Le vorrei dire come avvengono i finanziamenti nella segreteria di stato: arrivano le richieste di un vescovo, o di una comunità o di un laico e in base al rapporto di fiducia, valutavamo e poi aiutavamo, ma si chiedeva un consuntivo a fine gestione. Si trattava di persone che godevano di massima fiducia. Nel caso specifico i 25 mila euro ci erano stati richiesti dal vescovo Sanguinetti, di Ozieri. Servivano per ricomprare un panificatore che era stato distrutto in un incendio. Il vescovo mi disse, mandi il denaro sul conto nel quale avevo già inviato gli altri 100 mila euro. Se c'è un fumus di irregolarità è a livello diocesano che si interviene. Noi ci occupavamo della carità».

Pignatone ha incalzato ancora: «Ma dell'intestazione del conto lei sapeva?»

Becciu: «Io avevo il numero di conto. Era della diocesi di Ozieri”. Il cardinale ha precisato che il fratello che gestisce la cooperativa ha fatto per tutta la vita l'insegnante di religione. Fu nominato nel 2005, per dieci anni ha lavorato a titolo gratuito, solo dal 2015 al 2016 gli fu dato l'equivalente dell'insegnamento, ossia 1800 euro. Tutto il suo tempo è dedicato a loro, ai migranti. Con grande generosità. Davanti a tanta dedizione di mio fratello io divento rosso». 

Pignatone: «E l'altra somma contestata, 100 mila euro, come ci si arriva?»

Il cardinale ha raccontato che in quel periodo il vescovo Melis era appena stato nominato vescovo di Ozieri e voleva realizzare la cittadella della carità (un ostello, un luogo di ritrovo per anziani e mensa per poveri). Il progetto complessivo ammontava a 1 milione e 300 mila euro e così chiese a Becciu fondi e aiuti. «Non gli risposi nulla in quel momento. Rientrato in ufficio, parlando con i miei collaboratori, considerando che ogni anno distribuivamo in vari enti, un quantitativo di sussidi, vidi che c'era la disponibilità di 100 mila euro. Ho pensato che fossero utili per il progetto del vescovo e gli mandai questa somma che non è stata spesa. Il vescovo mi ha detto, che quella somma non è mai stata toccata, in attesa della somma completa. Solo il 28 febbraio di quest'anno sono iniziati i lavori per fare questa casa».

La terza domanda viene rivolta a Becciu riguarda il prestito fatto dalla Caritas di Ozieri a Maria Luisa Zambrano, e Pignatone gli chiede se ne fosse a conoscenza. Becciu ha risposto che è una amica di famiglia, non è una parente e che non sapeva del prestito. «L'ho saputo dopo». 

L'udienza è proseguita con una serie di richieste da parte di vari avvocati relative al mancato deposito delle prove da parte del Promotore di Giustizia e della richiesta di periti per i metadati dei video interrogatori fatti a monsignor Alberto Perlasca. Nella ordinanza arrivata al termine di due ore di consiglio Pignatone ha incalzato Diddi a mettere a disposizione il materiale ma ha ritenuto inammissibili le perizie sulle video registrazioni. Infine – la cosa più importante – ha annunciato che per il segreto pontifico dovrà esprimersi a stretto giro la Segreteria di Stato. Ossia il Papa. E qui la storia forse rischia di complicarsi. 

Gli avvocati di Becciu, Marica Concetta Marzo e Fabio Viglione hanno commentato che il cardinale ha dimostrato in aula «con la forza dell’assoluta evidenza, il corretto impiego delle somme gestite dalla Segreteria di Stato, con finalità uniche ed esclusive di carità.
E’ stato così eliminato anche solo il sospetto di irregolarità ».

A riprova della conformità con la quale sono avvenuti i finanziamenti alla Caritas di Ozieri e, da questa, alla cooperativa Spes è arrivata la notizia del rifinanziamento per il 2022 pari a 100 mila euro da parte della Cei. 

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