Il Cardinale e l'Imam, il "metodo centrafricano" che insegna a dialogare anche con i Talebani

Il Cardinale e l'Imam, il "metodo centrafricano" che insegna a dialogare anche con i Talebani
di Franca Giansoldati
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Sabato 28 Agosto 2021, 08:54 - Ultimo aggiornamento: 09:23

Città del Vaticano - Le immagini orrende, crudeli, quasi diaboliche, della carneficina di Kabul non devono spegnere la forza del dialogo. Anzi è proprio in questi momenti bui che «senza mai perdersi d'animo, aggrappati all'essenza del cristianesimo, si deve dialogare ad oltranza». E' questa la cosiddetta Ricetta Centrafricana che il cardinale di Bangui suggerisce di applicare in altri scenari disastrati, persino con i talebani dell'Afghanistan.

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«E' l'unico strumento che noi leader religiosi abbiamo a disposizione per disarmare i cuori». L'arcivescovo Dieudonné Nzapalainga è uno che ha fatto del dialogo la sua piattaforma operativa in Centrafrica, paese squassato da una guerra civile terribile vissuta a fasi alterne tra la strumentalizzazione dell'Islam e l'instabilità, con fazioni di ribelli e di gruppi radicali legati all'Isis infiltrati dall'esterno nel tentativo (nemmeno troppo velato) di rendere uno dei paesi più poveri ancora più permeabile agli appetiti stranieri visto che l'area è riccha di diamanti, petrolio, oro, uranio.

 

«Dialogare con i talebani? Non avrei dubbi; se non si porta avanti una discussione con loro si finisce per negare la realtà che nel frattempo è emersa su chi controlla davvero l'Afghanistan. Di conseguenza se si ha a cuore il bene della gente, delle donne e dei bambini, non si può non parlare. Andare avanti in questa direzione è l'unica via altrimenti sarà sempre più difficile riannodare i fili, col rischio di altre guerre». Nzapalainga teme gli orizzonti segnati da chiusure e posizioni manichee che finiscono per rendere tutto ancora più difficile.

«L'Afghanistan fa parte del mondo: come si fa a non comunicare più e a non operare più anche se sono arrivati i Talebani». In questi giorni il cardinale è a Roma poiché la prossima settimana verrà proiettato in Vaticano, in anteprima, un film dirompente e altamente simbolico che racconta i passaggi difficili vissuti dalla gente centrafricana: chiese distrutte, villaggi bruciati, lo stupro come arma di guerra, esecuzioni sommarie e flussi incontrollati di profughi terrorizzati. Le fazioni Seleka (musulmani) contro i Balaka (cristiani) avevano devastato il paese. 

 

«La guerra è sempre evitabile» racconta al Messaggero, ricordando quando lui per primo non esitò ad incontrare i ribelli nella foresta, da solo con la sua jeep, cementando l'alleanza con l'Imam di Bangui fino a farne un fratello. «Quando affiora l'idea che l''altro' è da cancellare penso che si debba avere l'elasticità di ripartire da un differente punto di vista perché c'è sempre spazio per cambiare e dialogare». Nzapalainga non si è mai sottratto e non ha esitato ad avvicinare quei mujaeddin che armati fino ai denti lo insultavano o lo minacciavano.

La paura era qualcosa da lasciare fuori dalla porta. «Ogni volta accadeva che quando li avevo davanti e li guardavo negli occhi e iniziavo a parlare percepivo ascolto e attenzione». Naturalmente non era facile, i pericoli erano tanti, si trattava di azioni temerarie che potevano anche finire male ma, secondo il cardinale, hanno aiutato a non innalzare muri. Quando Papa Francesco nel novembre 2015 si recò a Bangui ad aprire il giubileo della Misericordia pose domande scomode alla comunità internazionale. Chi vende le armi all'Isis? Chi compra oro e diamanti dai territori controllati dai ribelli? Un viaggio – quello di Francesco – scoraggiato persino dai servizi segreti francesi che non garantivano per la sicurezza precaria nonostante fosse dispiegata la missione Onu sul territorio. «Fu reso possibile dal musulmani moderati, dall'Imam e dalla gente».

 

Il film sul “metodo centrafricano” realizzato da Manuel Von Sturler si intitola “Siriri, il cardinale e l'Imam” e parla proprio del cammino che dovrebbero fare i leader religiosi per far prevalere la ragione. Durante le prime fasi della guerra – siamo attorno al 2013 – quando c'era chi spingeva cristiani contro musulmani, con capi guerriglia che controllavano il territorio e seminavano il terrore, il cardinale per sei mesi diede ospitalità all'Imam Kobine Layama, figura carismatica e moderata, scomparso l'anno scorso. «Abbiamo vissuto come due fratelli in arcivescovado superando anche diversi problemi logistici poiché l'Imam era sposato e aveva dei bambini. Abbiamo adeguato le abitudini alimentari, così come le aree di preghiera: assieme abbiamo diffuso un messaggio fortissimo».

Il film si interroga sull'ordine del mondo, sulle spartizioni decise altrove e sulla strumentalizzazione della fede. Nel 2017 il Paese è ripiombato nel terrore e ancora una volta l'Imam e il cardinale si sono mossi assieme. L'anno scorso l'Imam è morto ma nel cuore il cardinale porta la memoria di un cammino comune destinato a essere replicato in altre parti del mondo.

 

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