Violentata e minacciata sul posto di lavoro: due capi reparto a processo

Violentata e minacciata sul posto di lavoro: due capi reparto a processo
di Egle Priolo
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Venerdì 12 Novembre 2021, 09:29

PERUGIA - Molestata. Umiliata. Minacciata. Violata, insultata e costretta a subire atti sessuali. Un incubo vissuto «giornalmente» sul posto di lavoro. Per un lungo, interminabile anno. Per questo due capi reparto di una nota azienda umbra di abbigliamento e maglieria (completamente estranea ai fatti contestati) sono stati rinviati a giudizio dal giudice Piercarlo Frabotta. Per loro il processo si aprirà il prossimo ottobre, con un dibattimento in cui proveranno – assistiti dall'avvocato Marta Bocci – a ribaltare le accuse. 

Accuse pesantissime avanzate dal sostituto procuratore Gemma Miliani, che ha raccolto i terribili racconti della dipendente, all'epoca dei fatti (tra il 2018 e il 2019) poco più che ventenne. La ragazza ha spiegato nella sua denuncia come i due capi reparto, oltre a tenerle bloccata la porta ogni volta in cui lei provava a entrare e uscire dall'ufficio, «giornalmente – si legge nel capo di imputazione – con abuso di autorità» le prospettassero il licenziamento costringendola a «subire atti sessuali», palpeggiandola sulle parti intime contro la sua volontà. E non solo. Essendo arrivati, secondo le accuse che hanno retto in totale nel rinvio a giudizio, a legarla «a una sedia munita di rotelle (con le corde che la immobilizzavano al busto, legata alla spalliera, e alle braccia, bloccate ai braccioli), e spingendo la sedia le facevano fare il giro del reparto, lasciandola quindi legata in una stanza», finché non è arrivata una collega a liberarla. In un'altra occasione, è stata legata con il nastro adesivo, con la sedia ribaltata e lo scotch a tapparle la bocca. 
Ma il peggio, se possibile, è arrivato con i continui insulti, i calci nel sedere, l'umiliazione di essere pesata sulla bilancia dei pacchi da spedire, come fosse merce, gli inviti continui di natura sessuale e quei messaggi sempre più espliciti, con proposte volgarissime a cui piegarsi «per evitare di essere licenziata», millantando anche rapporti di amicizia con la proprietà dell'azienda. Una situazione che il pm – contestando le accuse di violenza privata, violenza sessuale, sequestro di persona e minacce - riassume con «reiterati comportamenti vessatori e persecutori ai suoi danni, minando la sua dignità personale e professionale, nella consapevolezza che non li avrebbe denunciati per il timore di essere licenziata». 
Alla fine, in realtà, a essere licenziati dall'azienda sono stati loro due, mentre la ragazza lavora ancora lì. E dal prossimo ottobre, assistita dall'avvocato Alessandro Vesi, tornerà in tribunale cercando di ottenere giustizia anche in aula.

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