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Umbria, olio e cibo: il libro «Conversazioni dantesche» è un viaggio nella gastronomia e nel tempo secondo le parole degli esperti

Umbria, olio e cibo: il libro «Conversazioni dantesche» è un viaggio nella gastronomia e nel tempo secondo le parole degli esperti
di Beatrice Martelli
3 Minuti di Lettura
Sabato 30 Luglio 2022, 14:42

SAN GEMINI     Un viaggio nell’enogastronomia umbra, per conoscere il patrimonio del gusto di questa terra: così si presenta il libro curato da Diego Diomedi, studioso di gastronomia e sommelier. Il cibo, però, è anzitutto un fatto culturale: non ha solo una tradizione, ma una storia, non è solo qualcosa che nutre il corpo, ma anche l’identità delle persone. Scritto in collaborazione con altri esperti del settore, «Conversazioni Dantesche» nasce dal contenuto di due conferenze nell’ambito di un convegno dallo stesso titolo tenutosi nell’ambito della Giostra dell’Arme 2021 a San Gemini; il testo, edito da Thyrus, è uscito in giugno, è già stato presentato a Collescipolibri e a Spoleto, ed è programmato un altro incontro in Bct il 12 settembre. «Chi ha partecipato al convegno ha dato il suo contributo anche per iscritto. Quello che ho voluto fare, oltre alla mia parte, è stato tenere tutto assieme» spiega Diomedi, che si è occupato in particolare di olio e della componente dantesca. Di olio dell’Umbria hanno parlato Renato Covino, Alessandro Gilotti, Fabiola Pulieri e Maurizio Pescari; rispettivamente del rapporto tra Dante e vino e Dante e cibo hanno scritto anche Teresa Severini e Pietro Passeri, mentre Ivo Picchiarelli si è occupato di alimentazione e paesaggio umbro e Giorgio Barchiesi di cucina. Uno dei tre macrotemi esplorati è «Olio dell’Umbria: una “Divina Commedia”», un discorso che vede al centro l’idea di Dante e il suo rapporto con l’enogastronomia e, di pari passo, con la terra umbra. «Vi sono richiami continui, che permettono di analizzare questi tre elementi in prospettiva triangolare. Sviluppare pensieri di enogastronomia, sull’olio e cultura del cibo nel territorio mantenendo il contatto con la grande figura del Sommo permette di generare idee anche per avvicinare una figura autoriale così difficile, renderla fruibile al grande pubblico in maniera semplice. Dante non era un grandissimo amante del cibo, come poteva essere invece un Boccaccio, ma aveva un rapporto particolare col gusto, ad esempio, permettendo di avvicinarsi al tema del cibo secondo una prospettiva fresca e interessante» continua. La seconda parte del libro, una raccolta di saggi, tratta «Cosa resta del medioevo dantesco nell’Umbria enogastronomica». Al centro c’è l’idea della valenza simbolica del cibo per Dante, che non era da lui visto come mero bene di consumo, anche tramite documenti. «Si parla di alimentazione a partire dai Romani fino al 900 umbro, con i poli industriali di olio. Tra cibo e comunicazione, il libro può essere visto come lo studio di una parte della storia alimentare dell’Italia in generale, rivolto ad appassionati e anche a non addetti ai lavori» conclude.

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