Uccise il collega carabiniere: «Processo da rifare»

Nella foto Emanuele Lucentini, la vittima. Nel riquadro l'ex carabiniere Emanuele Armeni
di Ilaria Bosi
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Sabato 18 Luglio 2020, 12:12 - Ultimo aggiornamento: 12:51

Tre nuove consulenze tecniche per chiedere un nuovo processo e dimostrare che l’uccisione dell’appuntato scelto dei carabinieri Emanuele Lucentini, caduto nel cortile della caserma di Foligno sotto il colpo esploso dall’M12 del collega Emanuele Armeni, fu un incidente. L’istanza di revisione del processo è stata depositata nelle ultime ore in Corte d’Appello, a Firenze, dal nuovo collegio difensivo che assiste l’ex carabiniere, in carcere da 5 anni. La vicenda processuale si è conclusa due anni e mezzo fa, con la condanna definitiva di Armeni a 18 anni di reclusione per omicidio volontario. Ora potrebbe aprirsi una nuova fase.
«Non esiste una prova scientifica in tutto il procedimento»: di questo è convinto l’avvocato romano Domenico Libertini che, insieme alla collega del foro di Spoleto, Sabrina Montioni, assiste Emanuele Armeni dopo la condanna definitiva. Il legale racconta di aver visionato e studiato tutte le carte processuali, le consulenze e la perizia cui la precedente difesa condizionò la scelta del rito abbreviato, sulla scorta del quale il Tribunale di Spoleto condannò l’imputato a 20 anni di reclusione, poi ridotti in Appello. Sotto accusa, quindi, anche la perizia affidata all’epoca dal giudice all’esperto di balistica Marco Piovan, chiamato a stabilire traiettoria, tempi, distanze. «Quel lavoro – sostiene il nuovo difensore – presenta grossi aspetti di criticità, così come tutto il procedimento pone seri problemi di logicità». L’istanza di revisione del processo è stata già depositata in Corte d’Appello a Firenze. Dopo l’esame preliminare dell’ammissibilità, la prima udienza potrebbe esserci già a settembre – ipotizza la difesa.
IL FATTO
Era il 16 maggio 2015, Armeni e Lucentini avevano appena terminato il turno di notte con la pattuglia del nucleo radiomobile della Compagnia di Foligno. Al rientro in caserma la tragedia. Armeni, ormai da cinque anni in carcere, aveva con sé la mitraglietta in dotazione all’Arma dei carabinieri. Secondo il suo racconto, sconfessato dai magistrati che hanno seguito il caso finora, si trattò di un incidente. Un tragico incidente. Dopo aver inciampato – ha più volte raccontato l’ex carabiniere – avrebbe involontariamente fatto leva sull’arma, nel tentativo di rimettersi in piedi. Il dato di fatto è che dall’M12 partì il colpo che raggiunse Lucentini alla nuca. Il capopattuglia cadde a terra e morì poco dopo in ospedale.
LE NOVITÀ
Il nuovo difensore ha presentato istanza di revisione elencando una serie di circostanze, a suo avviso opinabili. «La narrazione di Armeni – sostiene – non è stata in alcun modo verificata e anche l’attività di indagine presenta molte falle. La ricostruzione, fatta anche attraverso la perizia del Tribunale, presenta grossi problemi di logica. Sono numerosi gli elementi non considerati in tutto il procedimento: sono mancati accertamenti tecnici importanti e tanto altro». Ora la parola spetta ai giudici di Firenze. 

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