Hai scelto di rifiutare i cookie

La pubblicità personalizzata è un modo per supportare il lavoro della nostra redazione, che si impegna a fornirti ogni giorno informazioni di qualità. Accettando i cookie, ci aiuterai a fornire una informazione aggiornata ed autorevole.

In ogni momento puoi modificare le tue scelte tramite il link "preferenze cookie" in fondo alla pagina.
ACCETTA COOKIE oppure ABBONATI a partire da 1€

Tragedia del piccolo Alfredino Rampi
tre speleologici orvietani tra i soccorritori

Tragedia del piccolo Alfredino Rampi tre speleologici orvietani tra i soccorritori
di Monica Riccio
3 Minuti di Lettura
Sabato 12 Giugno 2021, 13:38

ORVIETO Sono passati 40 anni dalla tragedia di Vermicino ma in chi l'ha vissuta sulla propria pelle il ricordo di quei giorni terribili è ancora vivo. E fa male, oggi come allora. In quei momenti densi di drammaticità c'erano anche tre allora giovanissimi orvietani, Enrico Mariani, Giorgio Bellocchio e Salvatore Alessandro, tre esperti speleologi che facevano parte dello Speleo Club Orvieto e si occupavano di soccorso. Era il 10 giugno 1981 quando Alfredo Rampi, Alfredino per tutti, 6 anni, cadde in un pozzo artesiano in località Selvotta, una piccola frazione di campagna vicino a Frascati, situata lungo la via di Vermicino, che collega Roma sud a Frascati nord. Dopo quasi tre giorni di inutili tentativi di salvataggio, il bambino morì dentro il pozzo a una profondità di circa 60 metri. La vicenda ebbe grande risalto nell'opinione pubblica italiana, anche grazie alla diretta televisiva della Rai, durante le ultime 18 ore del caso, un evento tecnico giornalistico mai messo in piedi prima e grazie all'arrivo sul posto dell'allora Presidente della Repubblica, Sandro Pertini. Le operazioni di soccorso si rivelarono subito estremamente difficili, in quanto la voragine presentava un'imboccatura larga 28 cm., una profondità complessiva di 80 metri e pareti irregolari e frastagliate, piene di sporgenze e rientranze. Fu deciso allora di far calare qualcuno nel pozzo e contemporaneamente di scavare un tunnel per raggiungere Alfredino. Tutto fu però inutile. A Orvieto, così come in tutta Italia, la gente era incollata alla tv. Quando si capì che serviva un uomo minuto e esperto da far calare nel pozzo il maresciallo Vincenzo Alessandro pensò subito al figlio Salvatore e agli amici Enrico e Giorgio. «In meno di un'ora racconta Enrico il 12 giugno, era pomeriggio, fu tutto organizzato dalla Polizia e dai Carabinieri di Orvieto. Partimmo alla volta di Roma a bordo di un'auto della Polizia che fece una staffetta solo per noi, scendevamo da un'auto e c'era subito pronta l'altra; arrivammo a Vermicino in due ore, in pratica volammo a sirene spiegate. Arrivammo sul posto che era già notte, vedemmo subito tanta, tantissima gente, le telecamere, gente che arrivava con i panini e l'acqua per i vigili del fuoco e per chi come noi arrivava da tutta Italia per vedere di dare una mano. Ci misurarono il torace, doveva essere meno di 28 cm., e poi ci dissero di rimanere lì in zona. Vivemmo tutto quello che stava accadendo, i tentativi, la disperazione, le grida, i volti di chi non sapeva più cosa e come fare. Poi venne la mattina e Alfredino era morto. Vedemmo inchiodare delle travi di legno all'imboccatura del pozzo, una immagine che non dimenticherò mai, il più brutto giorno della mia vita.» I tre orvietani tornarono a casa con la tristezza nel cuore per non aver potuto far nulla. Enrico divenne un fotografo, Salvatore un impiegato comunale, Giorgio un collaboratore scolastico. Nessuno di loro dimenticò mai, però, quella notte a Vermicino.
Monica Riccio

© RIPRODUZIONE RISERVATA

© RIPRODUZIONE RISERVATA