La testimonianza: «Venti giorni di malessere prima del tampone: la tensione dell'attesa in fila al "drive in"»

La testimonianza: «Venti giorni di malessere prima del tampone: la tensione dell'attesa in fila al "drive in"»
di Monica Riccio
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Domenica 15 Novembre 2020, 06:00

ORVIETO (tr) C'è una mamma con le sue due figlie, un avvocato, un professore, una commerciante con il figlio, una donna con i capelli lunghi e gli occhiali scuri con accanto una anziana, forse la madre, forse la nonna, magari la zia. Siamo in tanti, tutti in fila, nel piazzale dell'autorimessa comunale, tutti in attesa che ci venga fatto il tampone. Già il tampone, quella parola, quell'esame, di cui si parla tanto ma poi quando ci riguarda da vicino evitiamo tutti di nominare.

C'è il sole oggi a Orvieto, e tante auto a Bardano in fila, per l'esame. A fare ordine ci sono i volontari della Protezione Civile comunale, che nel piazzale ha la sua sede. Uno di loro ci fa segno di creare un serpente di auto, obbediamo. Siamo tutti lì con un unico scopo, positivo o negativo. Ci guardiamo. Ci riconosciamo dai finestrini aperti, qualcuno è chiuso, qualcuno ha la mascherina indossata, qualcuno no. Siamo tutti “sospetti Covid, in attesa di tampone”, oggi si dice così. Uomini, donne, bambini, adolescenti, anziani. La fila scorre un po' poi sembra bloccarsi. “E' quasi un mese che è così – mi racconta un volontario che fa viabilità tra noi – meno male oggi c'è il sole.” E poi mi racconta che ogni giorno si fanno 120-140 tamponi, ogni giorno dal lunedì al venerdì, dalle 9 a quando i prenotati sono finiti. “I sanitari arrivano presto – racconta – si vestono e poi si comincia con i primi arrivati, danno appuntamenti scaglionati ma alla fine la fila si forma lo stesso.”

E' una fila ordinata, lenta, silenziosa, siamo tutti uguali e tutti diversi, tutti in fila per sapere se lo abbiamo preso o no. Accendo la radio, poi la spengo, tolgo la mascherina e rispondo a una telefonata. Intanto c'è chi è sceso dall'auto, ma non si può, e torna subito dentro, non prima di essersi tolto la giacca. Fa caldo. Il sole di novembre a volte sa farsi caldo e avvolgente. “C'è un pulmino con otto persone da tamponare – dice l'uomo con il gilet giallo – ci vorrà tempo.” E vedo auto con tre o quattro persone, magari anche loro devono fare tutte il tampone. Sono sola. Con me faranno presto. Piano, molto piano, arrivo dopo circa un'ora in terza posizione, ci sono quasi, vedo la tenda bianca dove si muovono i sanitari vestiti di verde. Positiva o negativa? Per il momento agitata. “E' solo un tampone!” mi dico. “Ho fatto due cesarei, è solo un tampone!” Ecco il mio turno, mi chiedono come mi chiamo, e mi pare lì per lì una domanda da esame universitario, ci penso, forse troppo, e poi rispondo e mi sorprendo a ricordarmi anche la mia data di nascita. Uno dei sanitari mi riconosce, mi saluta, e così una persona della Protezione Civile. “Apra la bocca” e mi pare di svenire. Il bastoncino arriva dove un tempo molto lontano credo ci fossero state le mie tonsille. No, arriva più giù. Non so se fa prima l'infermiera a togliere il bastoncino o io a strozzarmi. “Ancora” lapidaria la paziente donna in verde ci riprova e poi ancora, mentre io sembro un bambino in pieno svezzamento. “A posto, può andare”.

E mi pare di rivedere le stelle. Faccio manovra e riparto, e butto un occhio al piazzale, è più pieno di prima, quando sono arrivata io. Ma davvero siamo tutti sospetti Covid? E oggi è solo oggi. Mi immagino giorni e giorni di questo via vai. Che ti pare che hai finito e invece no, torni a casa, perché è lì che devi stare ancora, fintanto che non arriverà il referto. Positiva o negativa? Preoccupata per il momento. Sono 20 giorni che sto a casa, evito chiunque come si evita la peste e forse invece la peste da evitare sono io. Cerco di lavorare, cucinare, dormire, coccolare le mie canette, faccio finta che essere “sospetti Covid” sia in fondo un piccolo lusso che mi fa godere della pace casalinga, lontana dal traffico. Però il “sospetto Covid” è lì, da venti giorni almeno, anche se la tosse è molto meno, se il naso non cola più, se il mal di testa è tornato il solito simil-cervicale-infiammata, e la gola fa un po' meno male. E aspetti. Due giorni. Due giorni interminabili molto più dei venti passati da malaticcia.

La procedura on line di ritiro referti lo so, mi odia. Clicco compulsivamente duecento volte al giorno nel giorno riportato dal foglio che mi hanno consegnato sotto la tende le signore vestite di verde. Niente, la procedura non me lo vuole dire. E allora chiamo il mio medico perché sono certa che lui lo sa, e infatti lui lo sa. Negativa! E nell'istante in cui ti senti finalmente serena ti chiedi subito “ma sono negativa perché sono guarita o perché non era Covid?” E allora si ricomincia da capo. Senza però essere sospetti Covid.

Nei prossimi giorni farò il test sierologico e finalmente (spero) capirò se l'ho preso e sono guarita o se era solo una passata influenzale. Perché oggi come oggi, pure se non hai avuto nemmeno una linea di febbre, diciamolo, è meglio essere sintomatici che non. Bene, mettiamola così, tra i tanti in fila nel mio stesso giorno, non sono finita nel numero dei positivi di oggi scritto grosso nella dashboard della Regione. E niente non è!

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