Terni, rischio isolamento se si progetta senza "costruzione sociale"

Terni, rischio isolamento se si progetta senza "costruzione sociale"
di Giorgio Armillei
4 Minuti di Lettura
Domenica 11 Aprile 2021, 22:55

Città e rigenerazione urbana sembrano aver fatto ingresso nell’agenda dell’opinione pubblica. Complici una serie di politiche adottate o ancora in discussione, dai bandi del Ministero infrastrutture al bonus 110%, dagli interventi del Recovery plan al disegno di legge in discussione al Parlamento, ci si sta finalmente accorgendo che senza rilancio delle città e dei comuni non c’è ripresa né tanto meno crescita. Né lo Stato centrale né le Regioni saranno infatti i motori della nuova fase.

A Terni il dibattito sembra tuttavia un passo indietro e rischia di inseguire i retroscena piuttosto che mettere in risalto le alternative concrete sulle quale operare scelte meditate ed efficaci. Un ritardo che riguarda un po’ tutti i livelli della questione: la visione, la strategia, i dettagli operativi. 
Terni innanzi tutto progetta rigenerazione – per così dire - da sola, senza guardarsi intorno. Non sembra siano stati accolti autorevoli recenti richiami a muoversi in una logica di rete che prescinde dai confini amministrativi, dalle appartenenze regionali, dalle temporanee maggioranze di governo. Occorre invece puntare ad acquisire i vantaggi della crescita dimensionale e dell’agglomerazione di rete sperimentando forme istituzionali innovative. Non farlo significa condannarsi all’isolamento, rinunciare ad ogni ambizione di leadership e non ultimo consegnarsi ai poteri di intermediazione degli altri livelli di governo, in perfetta continuità con lo scenario politico degli ultimi decenni. 
Terni sembra poi progettare rigenerazione sottovalutando la delicata interazione tra gli elementi hard e gli elementi soft dei progetti. Se in pieno novecento la visione fordista della città si accompagnava quasi per inerzia alla sua espansione hard, questo allineamento naturale non può più essere dato per scontato. Vicende come quella del CMM l’hanno dolorosamente dimostrato. 
Terni non può permettersi di ripetere errori di quel tipo: non basta costruire o ricostruire, asfaltar no es gubernar. La città è innanzi tutto una “costruzione sociale” e senza una visione del suo futuro tutte le operazioni sono destinate a restare nella migliore delle ipotesi cattedrali nel deserto. Generare la visione di cui 
Terni ha bisogno esige due condizioni essenziali. Una l’abbiamo vista: da soli non si va da nessuna parte e nessun soccorso dall’alto rimedia alla debolezza del mancato inserimento di 
Terni nelle reti delle città dell’Italia centrale.

L’altra riguarda il protagonismo dal basso: se i progetti non nascono da una cooperazione larga e articolata tra gli attori della città – che non significa rinunciare a competere – di nuovo ci si avventura su strade che non generano crescita. Generano se va bene episodi immobiliari. Non mancano certo segnali confortanti, si pensi al progetto che riguarda l’ex sede della Banca d’Italia, del tutto in linea con le migliori pratiche di rigenerazione urbana. Ma pochi o tanti segnali non fanno un sistema. 
Terni infine progetta in una sorta di bolla istituzionale. E anche le risorse di cui dispone non sembrano messe nelle condizioni migliori per allacciare le giuste relazioni. Architetture istituzionali e soluzioni manageriali innovative si fanno largo a fatica: si procede con una strumentazione che appare ferma agli anni novanta, in un gioco tra pubbliche amministrazioni e soggetti privati che resta inchiodato al passato, di nuovo in perfetta continuità. Anche in questo caso cambiare marcia significa guardare oltre le reti di relazione “corte”. L’energia messa in gioco in questi ultimi anni e le buone intenzioni sono naturalmente fuori discussione. Anche perché seguono tempi di malinconico abbandono non privo di responsabilità. E tuttavia non bastano. L’attivismo da solo non fa rigenerazione urbana

© RIPRODUZIONE RISERVATA