Tasse e contributi non versati, Iosa condannato a un anno e quattro mesi e confisca dei beni
Il procuratore: «Bello fare business senza il costo della manodopera»

Venerdì 16 Aprile 2021 di Nicoletta Gigli
Tasse e contributi non versati, Iosa condannato a un anno e quattro mesi e confisca dei beni Il procuratore: «Bello fare business senza il costo della manodopera»

Condanna a un anno e quattro mesi di reclusione, pena sospesa, per Gionatan Iosa, per omesso versamento delle ritenute d'acconto operate sui dipendenti. E la trasformazione del sequestro preventivo dei beni dell'azienda, ridotto da 5 milioni a 2 milioni e 600 mila euro per il decesso dell'altro imputato, il fondatore della Iosa, in confisca. La sentenza del giudice Biancamaria Bertan chiude il primo grado del procedimento penale nei confronti della nota azienda ternana, da oltre cinquant'anni supporto prezioso delle industrie con servizi che vanno dalle pulizie tecniche a quelle industriali, dalle bonifiche ambientali e dell'amianto alla gestione e allo smaltimento dei rifiuti industriali. Uno degli appalti più consistenti è quello dentro l'acciaieria.

La vicenda. La vicenda esplose a giugno del 2017, con un'indagine portata avanti dal procuratore, Alberto Liguori. Che chiese e ottenne il sequestro cautelativo dei conti correnti e dei beni mobili e immobili della ditta Iosa proprio nei giorni in cui la stessa azienda presentava un concordato preventivo in bianco al tribunale fallimentare di Terni. Sequestro preventivo che poi ha retto in tutti i gradi di giudizio. Per l'accusa all'epoca l'azienda Iosa avrebbe accumulato un debito con lo Stato da venti milioni di euro. E non avrebbe onorato il piano di rateizzazione che era stato concesso per saldare il dovuto. Dopo che il tribunale dichiarò il fallimento l'azienda fu affittata ed assunse nuovi operai. Sulla vicenda il procuratore, Alberto Liguori, avviò l'azione penale per accertare le eventuali responsabilità e difendere dipendenti e operai ai quali non venivano versati i contributi Inps e Inail. Durante le indagini Liguori si sostituì all'agenzia delle entrate, andando a spulciare le carte delle dichiarazioni dei redditi ballerine per cercare di scovare eventuali omissioni nei pagamenti. Durante il processo ha portato in aula una montagna di carte, passate ai raggi x per poter provare, conti alla mano, come l'azienda in realtà avesse le carte in regola per pagare il fisco. Sostenendo che, a fronte di consistenti introiti e di commesse da milioni di euro, fallire era un'operazione a dir poco complicata. «È bello fare business senza pagare il costo della manodopera» dirà il procuratore durante la dura requisitoria.

© RIPRODUZIONE RISERVATA