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«Se comandavo io eravate tutti saponette», in nove vanno a processo per le frasi omofobe sui social, uno già condannato

Il Perugia Pride
di Egle Priolo
4 Minuti di Lettura
Mercoledì 8 Giugno 2022, 08:25

PERUGIA - «Fate schifo, inc..atevi a casa vostra. Portatori di perversione. Siete merce da termovalorizzare». Frasi omofobe, grondanti odio, che la legge traduce in accuse di minacce, istigazione alla violenza, diffamazione e apologia del fascismo. Parole gravi che la giustizia trasforma in nove persone a processo e una condanna. Violenza sui social che nasconde leoni da tastiera convinti di poter scrivere qualsiasi abominio all'ombra di uno schermo.

Ed è così che per nove persone di Perugia, Foligno e Umbertide – rinviate a giudizio ieri dal giudice Margherita Amodeo - il prossimo 23 marzo si aprirà il processo per quelle frasi, spesso neanche ripetibili e riportabili, scritte a commento dei vari articoli di quotidiani online che tre anni fa anticipavano l'edizione del Perugia Pride. Un'inchiesta portata avanti con determinazione dal sostituto procuratore Manuela Comodi, dopo la denuncia dell'associazione Lgbt Omphalos, che ha portato, sempre ieri, alla prima condanna in abbreviato a un anno e 2 mesi (più il pagamento delle spese processuali) al ternano di 44 anni che commentò la notizia del Pride così: «Vi ci vorrebbe il fascismo, almeno lo provate».
Una delle frasi che Omphalos, già nel 2019, anno dei fatti, aveva immediatamente stigmatizzato – insieme a tantissimi altri lettori c’è da dire -, arrivando senza paura alla denuncia alla polizia postale. «Falli ardunà tutti e poi giù de manganello». «Spalle al muro». E ancora: «Figli di cani, f... di mer... io ammiro tutti i diversi che lo fanno in silenzio senza chiedere niente a nessuno. Quelli sono autentici, voi falsi andate a troncarvelo nel c...». «Fate schifo, inc... a casa vostra. Portatori di perversione. Siete merce da termovalorizzare». Gli screenshot degli insulti omofobi e le indagini per risalire agli autori nascosti dietro uno schermo hanno fatto il resto, fino alla richiesta di rinvio a giudizio per chi ha istigato tramite Facebook «alla persecuzione per motivi di genere sessuale, minacciato gravemente l’associazione Omphalos Aps, rappresentata da Stefano Bucaioni, organizzatrice dell’evento ed esaltato pubblicamente metodi del fascismo».
«Vi ci vorrebbero davvero 3 mesi di fascismo, vedrete che tutte ste c... che dite e fate finirebbero, banda di vigliacchi cac...», è uno degli altri commenti, per cui il pubblico ministero ha sottolineato la lesione della «reputazione dell’associazione, dei suoi membri e dei partecipanti al Perugia Pride, fatto aggravato dalla diffusione dell’offesa via web». Una diffamazione, in relazione alla persecuzione per motivi di genere sessuale prevista nello Statuto della Corte penale internazionale, passata anche tra i commenti al video promozionale della parata per «la libertà, l’autodeterminazione e l’uguaglianza dei diritti di tutti». «Sganciare le bombe dagli aerei, radere al suolo per il bene dei normali. Che amarezza. Checche». «Tutti a lanciare uova marce e palloncini di pis... e mer...», l’invito lanciato via internet. Fino, se è possibile, al peggiore richiamo al nazismo: «Se comandavo io eravate tutti saponette».
«Quando abbiamo ricevuto quei messaggi non ci abbiamo pensato due volte – fu il commento di Stefano Bucaioni, presidente di Omphalos, parte civile nel procedimento con l’avvocato Elena Bistocchi e la collega Saschia Soli per Rete Lenford Avvocatura per i Diritti Lgbti – non è pensabile che si possa utilizzare una simile violenza in modo così gratuito e pensare di farla franca. Insultare le persone per il loro orientamento sessuale o per la loro identità di genere non può essere più considerata solo ignoranza. Il vero problema è che fin quando non ci sarà una condanna forte e unanime da parte di tutto l’arco politico e delle istituzioni, certe persone continueranno a sentirsi giustificate». Persone che adesso, assistite dagli avvocati Valeriano Tascini, Fabio Antonioli e Carlo Bizzarri avranno modo di difendersi nel corso del processo. Per non passare da leoni da tastiera a leoni in gabbia.

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