«Raffaella uccisa da un marito con una ferocia primitiva»

Giovedì 23 Gennaio 2020 di Egle Priolo
PERUGIA - Un omicidio «primitivo, feroce e brutale». Per cui non si può assolutamente parlare di provocazione da parte della vittima. E Francesco Rosi merita quei 30 anni di carcere per la morte della moglie Raffaella Presta.

Lo scrive in quattordici pagine la Corte di cassazione nelle motivazioni della sentenza con cui l'ex agente di commercio è stato definitivamente condannato per quei due colpi di fucile con cui il 25 novembre 2015 uccise la donna a pochi metri da suo figlio nella casa in via del Bellocchio. La Corte riconosce la logica della difesa dell'avvocato Barbara Romoli, che ha sottolineato la «provocazione» di Raffaella, il suo tradimento conclamato e quel segreto terribile che ha spinto Francesco a prendere il fucile da sotto il letto e a fare fuoco. Bum. Bum. Ma la ricarica dell'arma - mentre la moglie cercava di salvarsi dopo il primo colpo - per i giudici dimostra «l'intensità del dolo». Di un omicidio, appunto, primitivo e brutale.

Anzi, neanche il tentato suicidio di poco tempo prima, dovuto a una situazione familiare non più sostenibile, i rapporti molto tesi con Raffaella e il dolore per la scoperta che ti spacca il cuore, sono valsi a Francesco un conteggio delle attenuanti superiore alle circostanze aggravanti. È rimasta così la condanna per omicidio pluriaggravato e maltrattamenti in famiglia, dove alle botte si aggiungeva la violenza di rapporti sessuali imposti dopo aver scoperto il suo tradimento.

E i supremi giudici sono molto chiari nella ricostruzione di quella giornata maledetta e soprattutto nella valutazione dello stato di Rosi. Se l'avvocato Romoli ha ricordato come il dovere di fedeltà sia causa di addebito nella separazione e come abbia «cagionato sofferenze morali tanto intense da provocare nell'altro coniuge perdita di lucidità e autocontrollo», i giudici ribadiscono – promuovendo la sentenza della Corte d'assise d'appello di Perugia – la «sproporzione tra il preteso fatto ingiusto e il commesso delitto». Sul punto, la Cassazione parla di sentenza «ineccepibile», con cui si stabilisce che, «per come ha innescato e realizzato la sua condotta violenta, l'imputato ha colto la mera occasione dell'ennesimo litigio con la moglie per reagire senza alcuna adeguatezza fra quanto commesso dalla donna e la distruttiva reazione da lui posta in essere».

Quella «piena lucidità e consapevolezza dell'enormità del gesto», con il tentativo di non far capire al bambino cosa fosse accaduto a pochi passi da lui, il rendersi conto «per sua stessa ammissione, di aver commesso una follia» o la telefonata ai carabinieri rendono il quadro ancora più glaciale. Tanto da convincere i giudici a cristallizzare la sentenza di appello, come chiesto dagli avvocati di parte civile Marco Brusco e Matteo Luigi per la famiglia Presta, da Giuliana Astarita per l'associazione Libera...mente donna e Gemma Paola Bracco per il Centro pari opportunità della Regione Umbria e Rav onlus. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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