Perugia, giudici accoltellati in tribunale: «Vendetta premeditata»

Domenica 26 Gennaio 2020 di Egle Priolo
PERUGIA - Capace di intendere e di volere. Con un atto premeditato e una volontà «diretta di uccidere». È così che i giudici della prima sezione penale della Corte di cassazione raccontano Roberto Ferracci, l’albergatore di Spello accusato di tentato omicidio nei confronti dei magistrati Francesca Altrui e Umberto Rana, accoltellati all’interno del tribunale civile il 25 settembre 2017. Ed è così che la Suprema corte ha motivato la conferma della condanna a dodici anni di carcere. In 19 pagine di motivazioni, infatti, il presidente Giacomo Rocchi e il consigliere estensore Antonio Minchella hanno rigettato perché «inammissibile» il ricorso dell’avvocato Silvia Olivieri, legale di Ferracci. Cassando i ben dodici motivi per cui l’imputato sperava in una rideterminazione della pena.

IL MAGISTRATO EROE
Ma la Cassazione ha dato ragione alla Corte di appello di Firenze che ha raccontato, come in primo grado, quell’assalto all’arma bianca in tribunale con la volontà chiara e lucida di uccidere. Sia il giudice considerato «causa delle disavventure» economiche della sua famiglia, sia Umberto Rana, il magistrato eroe che si è preso una coltellato al fianco per difendere la collega, colpita a costato, schiena e gambe. «Ai fini del riconoscimento del vizio totale o parziale di mente, anche i disturbi della personalità o comunque tutte quelle anomalie psichiche non inquadrabili nel ristretto novero delle malattie mentali possono rientrare nel concetto di “infermità”, purché siano di consistenza, intensità e gravità tali da incidere concretamente sulla capacità di intendere e di volere, escludendola o scemandola grandemente, e a condizione che sussista un nesso eziologico con la specifica condotta criminosa, per effetto del quale il fatto di reato sia ritenuto causalmente determinato da disturbo mentale», scrivono i giudici, bocciando la richiesta di ulteriori perizie e non ammettendo dubbi sullo stato di Ferracci quella mattina.

«NON VOLEVA SUICIDARSI»
Come sulla sua volontà, premeditazione compresa. I coltelli non li aveva per suicidarsi, ma per far male. «Basti pensare - scrivono - alla potenzialità offensiva dell’arma usata, alla distanza ravvicinata da cui furono colpite le vittime, alle zone attinte, alla forza impressa ai colpi, al numero di essi ed alla direzione degli stessi, tutti fattori deponenti, senza possibilità di errore, per una manifesta volontà diretta di uccidere». Volontà dovuta a un «desiderio di vendetta» nei confronti del giudice Altrui e di «rabbia scatenata» nei confronti di rana e della sua reazione. Il tutto con la «piena prevedibilità di unevento letale». Da qui, la conferma dei 12 anni e la condanna pure al pagamento delle spese processuali e alla rifusione delle spese sostenute dalle parti civili (assistite dall’avvocato Francesco Maresca) liquidate in quasi settemila euro. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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