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Orvieto, l'Opera del Duomo rischia il commissariamento

Sabato 31 Ottobre 2020 di Luigi Foglietti

ORVIETO In sette secoli sarebbe la seconda volta, la prima  nel 2005, ma l’Opera del Duomo potrebbe essere commissariata. Infatti non trovandosi un accordo per le nomine del nuovo consiglio in fase di rinnovo, il prefetto di Terni, rappresentante del Governo cui spettano le nomine insieme al vescovo diocesano, dovrebbe procedere. Quindi sulla rupe, l’ente, che fin dalla messa in opera della prima pietra del duomo gestisce il superbo gioiello architettonico, curandone la fabbrica e i beni che, dando risorse, attualmente intorno ai 2milioni di euro, gli consentono la complessa gestione, è un ente peculiare assolutamente laico che storicamente è stato sempre oggetto di forti attenzioni cittadine e di interessi civici. Anche attualmente l’organismo è al centro di un serrato confronto tra le due diverse e distinte anime che, comunque unitariamente, ne compongono l’assetto gestionale. Per cercare di capire meglio la natura del contendere bisogna rifarsi ad un excursus storico che inizia nell’ultimo scorcio del XIII secolo, con uno snodo importante nel 1421 quando si ratificò la laicità e una identità civica. Facendo un salto di secoli, e considerando che il suo assetto istituzionale è rimasto sostanzialmente immutato attraversando il XIX secolo per arrivare al 1929 al Concordato tra Stato e Chiesa che trasformò l’opera in Fabbriceria, fino al 1932 quando la vigilanza sull’amministrazione venne trasferita al Ministero dell’Interno.

Oggi, l’Opera del Duomo è disciplinata, come le altre, dall’articolo 72 della legge 20 maggio 1985. Classificata come Fabbriceria maggiore, ossia di chiesa cattedrale, con la conseguenza che, l’organo di gestione è un Consiglio composto da sette membri in carica per tre anni: due nominati dall’ordinario diocesano e cinque dal ministro dell’Interno, sentito il parere del vescovo. Ed è proprio sull’interpretazione di questa ultima condizione che si è iniziata una dura dialettica tra il vescovo Gualtiero Sigismondi e il consiglio di amministrazione in corso di rinnovo per fine triennio. Altra discriminante la condizione che suggerisce la residenza dei consiglieri nel territorio comunale.

Il nuovo cda. Attualmente il nuovo CdA nominato con decreto del 1 agosto 2020 dovrebbe contare sui membri laici, presidente, Gianfelice Bellesini, già prefetto, che ha all'attivo l’ultima presidenza che l’ha visto sistemare l’azienda agricola e riposizionare le Statue degli Apostoli, Annunciazione e Santi protettori nel duomo; Fernando Sanzò, generale dei carabinieri a riposo, esperto sicurezza e rapporti istituzionali; Sandro Carlo Fagiolino, avvocato; Francesco Longhi, ingegnere, esperto coordinamento tecnico e gestione eventi; Bruno Mazzone, architetto esperto conservazione e restauro di fama internazionale. E su quelli nominati dal vescovo: Giuseppe Maria Della Fina, direttore Museo Faina; don Francesco Valentini. Ma la ratifica da parte del ministro non è ancora avvenuta stante il fatto che il vescovo Sigismondi ha giocato la carta della residenza per sostituire due membri del consiglio non residenti con persone di sua fiducia. Ma questo non contraddice la laicità della norma?

Ultimo aggiornamento: 16:56 © RIPRODUZIONE RISERVATA